Dove la mafia è di casa

10 mar 2010 | Categoria: archivio articoli, articoli

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Negozi, ristoranti, appartamenti, garage… C’è di tutto tra i beni confiscati alla mafia in Lombardia. Perché di tutto la mafia, qui al nord, si occupa


di Davide Milosa

Vicini di casa lo sono stati per qualche tempo durante gli anni Ottanta. Il primo in una bella villa bianca affacciata sui campi. Il secondo in un’altra villa di mattoni rossi e arredi hollywoodiani. Avevano interessi diversi, ma anche una cosa in comune: erano i protagonisti di una malavita che a Milano in quel periodo dettava legge. Sì, perché Angelo Epaminonda, detto il Tebano, per un certo tempo e dopo l’arresto di Francis Turatello, divenne il re delle bische. Dal canto suo, invece, Gaetano Fidanzati re lo era da tempo, ma del narcotraffico internazionale per conto di Cosa nostra.
Oggi le loro case sono abitate da altre persone. Persone per bene che vivono in via Brigate partigiane ad Assago, popoloso paese a sud di Milano. Epaminonda stava al civico 12. Fidanzati all’8. Passarci fa un certo effetto. Perché capisci quanto potesse essere strategico questo luogo: una via lunga e stretta, piena di curve, con tanti accessi nei campi e ottime vie di fuga. La casa al numero 8 era intestata a Maria Cangelosi, moglie di don Tanino e sorella di quel Salvatore Cangelosi che il 5 dicembre scorso è stato pizzicato in compagnia proprio del cognato latitante. Il cancello è basso. Non ci sono siepi a oscurare la vista. Allora si sbircia, alla ricerca di un particolare, di una traccia.

Ville principesche. Tra Milano e l’hinterland sono diverse le ville della mafia. Ci sono quelle dei calabresi Papalia ma anche i fortini dei siciliani legati a Salvatore Riina. Cercarle e andarle a vedere significa provare dal vivo la presenza della criminalità organizzata al nord, la cui forza è rappresentata anche dal numero di beni sequestrati. La cifra oggi si ferma a 665 immobili e 165 aziende. Un numero decisamente importante che colloca la Lombardia al primo posto tra le regioni del Nord.
Nell’elenco ci sono imprese, negozi, ristoranti, appartamenti, garage, anche edicole. C’è di tutto, perché qui al nord la mafia si è occupata e si occupa di tutto: dal traffico di droga agli investimenti immobiliari.
Nella villa bunker di Assago, Gaetano Fidanzati è stato fermato nel 1981. L’ultimo arresto italiano prima della sua latitanza argentina. Ancora prima, negli anni Settanta, quell’ometto basso basso dallo sguardo incattivito per via di un canino di ferro ha trafficato chili di eroina, gestendo i suoi affari proprio dalla sua reggia di via Brigate partigiane. Con lui lavoravano altre famiglie siciliane. Su tutti i Ciulla e i Guzzardi. Nomi nobili di Cosa nostra, legati, attraverso il clan Carollo, alla frangia corleonese. Anche loro scelsero il sud Milano sempre optando per ville principesche. Non ad Assago, ma a Trezzano sul Naviglio. Uno dei comuni che assieme a Corsico e Buccinasco rappresenta il triangolo nero della mafia in Lombardia. Di più: a Trezzano esiste una strada della mafia. Qui la conoscono tutti. E tutti sanno che lì per anni hanno abitato boss rispettati e la cui presenza qualche tempo dopo imbarazzò giunte e amministrazioni pubbliche.
Via Donizetti è una lunga striscia d’asfalto contornata, ai lati, da belle ville. Oggi come allora ci sono giardini curati, cani dietro ad alti cancelli, telecamere a vista e auto parcheggiate. Nessuno, passandoci, immaginerebbe che questa strada per oltre un decennio è stato il centro dei traffici della colonia di Cosa nostra sotto la madonnina. Già, perché qui la famiglia Ciulla e la famiglia Guzzardi pensò bene di mettere radici. La villa dei Ciulla si affaccia direttamente su via Donizetti. Quella dei Guzzardi, invece, è ricavata in un un budello d’asfalto, perfettamente mimetizzata.

La gara disertata. A pochi chilometri di distanza, nel comune di Buccinasco, in via Fratelli Rosselli 6 si incontra quello che fu il cuore della ’ndrangheta al nord. Fino a poco tempo fa sul citofono ancora si leggevano i nomi di Antonio Papalia e Rosa Sergi. Sposi molto giovani, il loro matrimonio rappresentò l’atto formale per sancire l’alleanza tra le due famiglie di ’ndrangheta. Un patto che in poco tempo riuscì a conquistare il monopolio del traffico di droga, degli appalti, traducendosi nella realtà di questo comune in un totale controllo del territorio. Oggi in via Fratelli Rosselli 6 c’è la sede della Croce rossa. Atto nobile di riutilizzo di un bene confiscato ai clan. Su questo passaggio pesa però un fatto clamoroso. Perché quando la giunta dell’ex sindaco Maurizio Carbonera rese pubblico il bando di gara per aggiudicarsi i lavori di restauro la gara andò deserta. Di più: a quegli imprenditori che avevano ventilato l’idea di partecipare arrivarono alcune strane telefonate. Alla fine fu la giunta stessa a scegliere l’impresa. Perché qui a Buccinasco gli anni passano, ma l’atmosfera che si respira è sempre la stessa di quando Antonio Papalia organizzava fastosi summit nella sua villa. La costruzione vista da fuori assomiglia in tutto a un bunker. E nemmeno i mattoncini rossi servono ad ammorbidirne le linee. Qui, ogni domenica, donna Rosa aveva l’abitudine di organizzare ricchi pranzi. Gli ospiti venivano accolti nell’ampio salone al pian terreno, dove campeggiava un enorme camino. Mentre al secondo piano, il boss, che pur non è mai stato un tipo incline al lusso, volle installare una grande vasca idromassaggio.

Lo storico Bar Lyons. Da qui al bar Lyons di via dei Mille, storico ufficio della cosca, tuttora aperto, ci passano meno di 500 metri. Un po’ più distante il bar Trevi di via Bramante a Corsico. Il locale, per oltre dieci anni ad uso e consumo della ’ndrangheta, oggi giace in stato d’abbandono in attesa che l’amministrazione lo affidi a qualche cooperativa. Anche in questo caso, il luogo spiega se stesso e il suo ruolo. Via Bramante, infatti, è una strada molto stretta che si chiude in un’angusta rotonda. Difficile arrivarci senza essere notati. Qui un boss del calibro di Francesco Sergi parcheggiava la sua Ferrari e si sedeva ai tavolini davanti al grande banco di metallo e legno. Il bar Trevi, come il Lyons ospitava il Consiglio d’amministrazione della mafia Spa sotto la Madonnina.
Tornando, invece, ad Assago in via Papa Giovanni XXIII al civico 6 si incontra un’altra villa. Dal 2007 giardino e abitazione ospitano la sede della Protezione civile e della Caritas parrocchiale. Ma per tutti gli anni Ottanta questa villa-maniero ha osservato gli incontri tra i notabili socialisti della zona con il boss Rocco Papalia, fratello di Antonio. Oggi, suo genero Salvatore Barbaro è imputato per mafia in un processo milanese. Con Barbaro c’è anche l’imprenditore lombardo Maurizio Luraghi. Anche su di lui pesa l’articolo 416 bis. Ed è sempre lui a raccontare in aula come in passato gestiva gli affari Rocco Papalia. Dice Luraghi: «Lui mi suggeriva le ditte per il movimento terra, dopodiché il denaro dovevo darlo solo a lui». Mentre in una ormai nota intercettazione lo stesso Luraghi racconta: «Che ti devo dire, io collaboro con Domenico Barbaro, e ancora prima con Rocco Papalia, già da 25 anni, non da un giorno. È dal 1988 che lavoriamo insieme, ad arrivare a oggi sono vent’anni che lavoriamo insieme».

Da Sindona all’Ortomercato. I beni della mafia si trovano anche a Milano. Ci sono quelli confiscati, quelli sequestrati e quelli, molti, in attesa. Tra questi c’è il grande appartamento di viale Brianza 33 per anni abitato da Antonio Piromalli, giovane figlio del superboss Giuseppe Piromalli detto “facciazza”. Da questa casa, il piccolo principe di una delle cosche più potenti della ’ndrangheta, arrestato nel 2008, ha tessuto gli affari di famiglia che, guarda caso, arrivavano fin dentro all’Ortomercato di Milano, da sempre base logistica di un’altra cosca regina, quella dei Morabito di Africo, che hanno investito nei locali attorno alla torre Velasca, pieno centro di Milano. Stessa zona utilizzata dalla cosca Ferrazzo di Mesoraca per programmare un enorme riciclaggio con la Svizzera. Qui l’indirizzo è quello di largo Richini, dove aveva lo studio l’avvocato milanese Giuseppe Melzi, ex legale di parte civile nel processo sul crack Sindona, e oggi a processo con l’accusa di aver favorito la ripulitura di diversi milioni di euro per conto della ’ndrangheta. Nei suoi uffici per molto tempo i boss hanno trattato affari. In largo Richini come in via Valtellina seduti a tavolini della pizzeria Bio Solaire, il cui socio occulto è stato Vincenzo Falzetta, detto “banana”, ritenuto il braccio finanziario del boss Franco Coco Trovato. Oggi parte di queste quote sono state sequestrate.

Narcotrafficanti e mafiosi. Il 30 dicembre scorso appartamenti e garage per un milione di euro sono stati sequestrati dalla Dda di Reggio Calabria in corso Lodi 59. Tutto nasce dall’inchiesta Ciramella su referenti milanesi della cosca legata al boss Giuseppe Morabito, alias “u tiradrittu”. In particolare, davanti al civico 59 sono stati filmati diversi incontri tra il giovane Salvatore Morabito (poi coinvolto nell’inchiesta Ortomercato) e diversi imprenditori attivi nel settore del facchinaggio. I beni sono stati confiscati al 63enne uruguaiano Casimiro Silvera Darnich, da tempo però residente a Milano proprio in corso Lodi, 59. Secondo i giudici, «Silvera Darnich era uno dei principali responsabili dell’organizzazione al cui interno spiccavano elementi organici alla cosca capeggiata dal boss di Africo Giuseppe Morabito». Per gli investigatori, «era proprio Darnich che si adoperava per contattare sia i narcotrafficanti sudamericani e spagnoli sia i responsabili della cosca mafiosa per rifornire il mercato reggino e, al dettaglio, quello milanese attraverso una fitta schiera di fiancheggiatori». Sempre in corso Lodi, in un bar non lontano dal civico 59, il Ros di Reggio Calabria filmò un incontro tra Salvatore Morabito e Pino Porto, un signore siciliano legato a Cosa nostra e all’ex latitante Gianni Nicchi. E di Cosa nostra fa parte anche un signore di 70 anni che il dicembre scorso è finito in galera per estorsione. Si tratta di Ugo Martello, padrino milanese che per oltre vent’anni ha vissuto indisturbato in un sontuoso appartamento di via Nino Bixio 37 a pochi metri da porta Venezia.

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