Altro che mafia pulita

10 mar 2010 | Categoria: archivio articoli, articoli

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Non è vero che a Milano la mafia si limita a riciclare il denaro raccolto con la droga e il pizzo. Nel capoluogo e nell’hinterland la mafia si vede e si sente. Non solo nelle minacce, nelle intimidazioni e nel conseguente senso di omertà diffuso, ma anche nei morti che si contano negli ultimi anni

di Davide Milosa

Gennaio 2010. A Milano arriva la Commissione parlamentare antimafia. Non capitava da 16 anni. Da quando, cioè, l’allora capitale morale si riscoprì vulnerabile al potere delle cosche. Erano i tempi delle maxi-inchieste e dei pentiti che stavano svelando oltre vent’anni di omicidi e affari tessuti all’ombra della Madonnina. Poco tempo prima Paolo Pillitteri, l’ex sindaco socialista poi travolto da Tangentopoli, non si diede pensiero nel rispondere a chi gli faceva notare che un’intera serie della Piovra (la fiction tv sulla mafia) aveva come sfondo Milano. Disse: «La Piovra a Milano è solo una bella fiction». E mentre lo diceva, Saverio Morabito, pentito della ’ndrangheta, riempiva migliaia di pagine con le sue rivelazioni. Parole di sangue e cattiva politica mischiata alla mafia.

Silenzio per interesse. In un luogo segreto lo ascoltavano l’allora pm Alberto Nobili e un ispettore tosto e preparato come Carmine Gallo. In quel momento nasceva un’altra Milano, ben diversa da quella descritta dall’ex sindaco Pillitteri. Era una Milano che assomigliava a Palermo o a Reggio Calabria. Si scoprì che anche al nord c’erano i morti di mafia, i traffici, i sequestri, i colletti bianchi e i politici corrotti. Nessuno, però, oltre a magistrati e “sbirri”, si era mai dato pena di denunciarlo. Né la politica, né, tantomeno, l’industria. Silenzio di tomba. E solo quelle inchieste dai nomi stravaganti (Nord-sud, Wall Strett, Count down) diedero la stura a un verminaio che la classe dirigente lombarda conosceva da tempo, ma taceva. Con gli arresti, arrivò anche la Commissione parlamentare antimafia. Quello era il segnale di un allarme che finalmente veniva recepito anche dalla politica.

La politica mistifica, il senso di impunità aumenta. Bene, sedici anni dopo, la Commissione è tornata. E lo ha fatto a ranghi compatti. Il 21 gennaio scorso è arrivato anche il presidente Giuseppe Pisanu. Trasferta silenziosa e senza annunci. Segno che l’appuntamento con le istituzioni locali era importante. L’incontro decisivo si è svolto in prefettura. Si attendevano le parole del sindaco Letizia Moratti e invece sono arrivate quelle del prefetto Gian Valerio Lombardi. «A Milano la mafia non esiste». Meglio: «A Milano ci sono alcuni clan, ma non per questo si può dire che la mafia esiste». Il pasticciaccio semantico è stato ulteriormente allargato il giorno dopo. Protagonista lo stesso presidente Giuseppe Pisanu: «A Milano la mafia si manifesta in maniera diversa rispetto al sud». Sacra bugia, detta, ripetuta da anni. Tradotto: a Milano la mafia ricicla denaro, quel denaro che al sud mette insieme con la droga e il pizzo. Qui al nord, dunque, non ci sarebbe il controllo del territorio. Niente presenza reale delle cosche. In sostanza è questo il messaggio che oggi passa dalla politica lombarda. Un messaggio che nasconde il problema, ma soprattutto aumenta il senso di impunità dei boss che qui vivono, fanno affari e ordinano omicidi.

Il presidio militare della ’ndrangheta. Ma se il prefetto Lombardi sostiene l’assenza della mafia, i magistrati, proprio nella relazione inviata alla Commissione parlamentare antimafia, scrivono nero su bianco: «Le cosche calabresi hanno svolto per anni un’intensa, complessa, attività illecita con contemporaneo riciclaggio degli altrettanto ingenti proventi illeciti conseguiti». Attività svolta «al riparo da reazioni ambientali e controlli delle forze dell’ordine». E soprattutto «infiltrandosi e mimetizzandosi nell’ambiente socio economico della zona di insediamento attraverso condotte e investimenti apparentemente leciti, con l’utilizzo di attività imprenditoriali e proprietà immobiliari, nonché avvalendosi della rete protettiva rappresentata dai numerosi canali informativi e da supporti operativi acquisiti anche all’interno delle forze di polizia». La relazione inviata al Parlamento porta la data del 9 dicembre 2009. Solo poche settimane prima la procura di Milano mette a segno l’operazione Parco sud. L’ordinanza firmata dal gip Giuseppe Gennari si basa su una corposa richiesta messa assieme da quattro magistrati: Alessandra Dolci, Mario Venditti, Paolo Storari e Ilda Boccassini, il pool antimafia nato proprio per fare fronte alla rinnovata infiltrazione mafiosa in Lombardia.
In sostanza l’inchiesta è il seguito dell’indagine Cerberus che nel luglio 2008 ha portato in carcere otto persone, tra cui Domenico Barbaro e i suoi due figli, Salvatore e Rosario, considerati i dominus mafiosi dell’edilizia nel sud di Milano. La Parco sud, però, fa qualcosa in più: dimostra, nei fatti, quello che il prefetto Lombardi nega. Vale a dire: il presidio militare della ’ndrangheta.

Bombe a destra e a manca. Minacce e omertà si alternano per quasi trecento pagine. Il 27 maggio 2007 Domenico e Davide Arioli, titolari della ditta Arioli srl si ritrovano un incendio in cantiere. Le fiamme bruciano due mezzi. Il danno sfiora i 70 mila euro. Il 10 gennaio 2007, i padrini si spingono oltre, lanciando alcune bombe contro gli uffici dell’azienda. Scrive il gip: «Domenico Arioli dichiarava di non aver mai ricevuto minacce». Il solito muro di gomma. Poi un altro imprenditore viene ascoltato. Riporta parole sentite dagli stessi Arioli. «Oltre a riferire i suoi notevoli timori nei confronti dei concorrenti Barbaro, affermava di avere saputo da Davide Arioli che la sua ditta lavorava anche gratis per i Barbaro, i quali non pagavano le riparazioni». La conferma degli atteggiamenti non certo amichevoli della ’ndrangheta milanese arriva da un altro imprenditore che opera nella zona di Buccinasco. Intercettato a parlare con Arioli ecco come parla di quei “calabresi”: «Li hanno presi a luglio perché buttavano bombe a destra e sinistra quella gentaglia di merda». E ancora: «Quella gentaglia di merda lì andrà in giro a fare i dispetti perché loro vogliono il lavoro con la prepotenza». Di nuovo insulti: «Stronzi di merda è meglio che li tengono dentro. Senti che cazzo combinano ’sti stronzi di merda». Per queste parole, lo stesso imprenditore viene sentito dal pm. Chiesto di confermare, lui dice di non ricordare. Poi, ecco, la clamorosa marcia indietro: «Si diceva in tutta Milano nell’ambiente di noi imprenditori anche prima del loro arresto che buttavano bombe a destra e a manca, era un chiacchiericcio che circolava da anni, però per quanto riguarda il rapporto con me e con le mie imprese i Barbaro e i Papalia sono stati sempre gentili, rispettosi, non sono mai stati prepotenti». Le parole dell’imprenditore non lasciano indifferente il gip, che annota: «La marcia indietro di Petroni è a dir poco stupefacente e avrebbe un che di ridicolmente surreale, se non fosse dettata da un lampante timore di serie conseguenze: il fatto che i Barbaro tirino bombe è solo un malevolo chiacchiericcio, l’appellativo “gentaglia di merda” è dovuto alla lettura delle notizie di stampa, le quali rivelavano il volto – sconosciuto al Petroni – di quei gentili e mai prepotenti colleghi in affari. La conclusone è che, nonostante l’arresto, Petroni continua a lavorare con il socio di Barbaro rimasto libero».

Una cautela non comprensibile. L’abitudine a negare minacce e intimidazioni è diffusa tra gli operatori dell’edilizia. Capita che qualcuno danneggi dei camion. La vittima sa bene chi è il responsabile. Lo dice agli amici e per definirli li chiama “quelli che si scannano”. Ma, di nuovo, davanti al pm tutto viene negato. Si sa: perché c’è “il chiacchiericcio” o “la stampa”, ma nella realtà “mai avuto problemi”. È il caso di Antonio Cerullo. Scrive il gip: «Tra gli operatori economici della zona di Assago e Buccinasco, vi è la ferma consapevolezza della presenza di soggetti che si scannano l’un l’altro e che sono pronti a punire se non ci si comporta bene. Ed è questa occulta (ma assai nota) presenza, che induce a non denunciare – come fanno i Cerullo – o a non collaborare – come fanno gli Arioli – che nutre il fenomeno mafioso. È questa presenza che induce intimidazione e omertà. E questa presenza riguarda senza dubbio la famiglia Barbaro-Papalia».
Difficile, dunque, credere al prefetto Lombardi o al presidente Pisanu, dopo aver letto, ad esempio, la vicenda di Giuseppe Fucci, titolare di un’agenzia immobiliare a Cesano Boscone. Tra il 6 e il 7 maggio 2008 “ignoti” sparano sette colpi di pistola prima contro il suo ufficio e poi verso la sua abitazione di Cusago. Cosa fa Fucci? Denuncia? Scrive il gip: «Il dato che immediatamente balzava all’occhio era l’atteggiamento assolutamente vago e reticente assunto dal Fucci». Lui è reticente perché in realtà sa bene chi può aver sparato. Fucci conosce le persone, sa che questi si tirano dietro guai e poliziotti. Per questo quando parla al telefono è sempre molto cauto. «Cautela – scrive il gip – veramente non comprensibile, da parte di una normale vittima».

Tu chiamala, se vuoi, paura. Il 27 maggio 2008 Salvatore Sansone si ritrova la sua agenzia immobiliare totalmente bruciata. Il negozio confina con un bel parrucchiere che però non viene minimamente toccato. E non è un caso, visto che il locale è di proprietà di Domenico Papalia, figlio latitante del boss Antonio Papalia. Davanti a quello scempio Sansone si fa scappare questa frase: “Sappiamo anche chi è stato, me lo aspettavo, volevo andare via da Buccinasco». Chiamato a confermare queste parole, Sansone nega davanti ai carabinieri.
Tutto questo capita a Buccinasco e non solo. Minacce di morte sono all’ordine del giorno anche nella tranquilla zona del Varesotto. Qui gli uomini del boss Vincenzo Rispoli dettano legge a suon di estorsioni, bombe e omicidi. Ecco allora in presa diretta una richiesta di denaro da parte di Nicodemo Filippelli, detto il cinese, bracciodestro di Rispoli. “Ascoltami Carlo te lo dico veramente con il cuore vieni a chiudere i conti e poi sparisci dalla mia vita». E ancora: «Vi faccio a fettine a te a tuo padre, a tuo madre, a tuo fratello. Sul serio Carlo ti ammazzo come un cane». Non si tratta di un episodio isolato. La presenza militare della ’ndrangheta è per lo più nota ai politici locali. Loro sanno, ma non parlano, salvo vuotare il sacco una volta chiamati dai magistrati. Ecco le parole del consigliere comunale di Lonate Pozzolo Modesto Verderio, ascoltato dal pm Mario Venditti: «Durante la campagna elettorale venivo avvicinato da alcuni cittadini di Lonate Pozzolo, i quali mi sottoponevano problematiche presenti sul territorio in riferimento al problema della criminalità calabrese dedita alle estorsioni presso gli esercizi pubblici. In particolare tale Mario, gestore dell’Osteria degli artisti di via Roma a Lonate, mi portava a conoscenza del fatto che gli allora gestori del bar Atlantic e di un negozio di alimentari pagavano tangenti a favore di alcune persone, fra le quali ricordo mi nominò il cognome Filippelli, calabrese. Inoltre una volta ricordo ci trovavamo per strada e mi indicò una persona che sarei in grado di riconoscere dicendomi che faceva parte di un gruppo di persone dedite alle estorsioni».
La ’ndrangheta a Milano è tanto potente da permettersi di intimidire fin dentro il Tribunale e proprio durante il processo contro la cosca Barbaro-Papalia. A raccontarlo è addirittura lo stesso pm Alessandra Dolci, che in questo dibattimento rappresenta l’accusa. «Durante le pause – dice – più volte è stato visto Antonio Perre parlottare con alcuni imprenditori che dovevano poi essere sentiti come teste». Risultato: quegli stessi imprenditori davanti alle domande del pm ritratteranno le dichiarazioni rilasciate solo poco tempo prima. Per la cronaca Antonio Perre, detto “U Cainu”, oggi è latitante. Lui che per oltre un anno, dal luglio 2008 al novembre 2009, ha gestito gli affari del movimento terra per conto di Salvatore Barbaro, è scappato davanti agli uomini della Dia che gli stavano presentando l’ordinanza d’arresto per l’operazione Parco sud.

“I furti dei badili sono strani”. Ecco allora il Tribunale di Milano, secondo piano, settima sezione. Francesco Baronchelli è un costruttore della zona di Buccinasco. Lui in aula alla domanda del pm racconta che «a Buccinasco c’è tensione. Meno male che non ho più lavorato lì». Alla richiesta di motivazioni, Baronchelli inizia col dire che «in cantiere ci sono stati una serie di furti dai macchinari fino ai badili e i furti dei badili sono strani». Lo dice più volte. Il problema erano quei badili spariti. «Per questo voi non lavorate più a Buccinasco?», chiede il giudice. Baronchelli prova a rispondere ma fa solo danni. «In altre zone della città abbiamo avuto furti, ma poi siamo tornati a lavorare». Lui pensa di minimizzare, ma in realtà stuzzica la curiosità del giudice. «Come mai – dice – solo a Buccinasco non siete tornati a lavorare?». La risposta non arriva. Va peggio a Marco Engel, architetto del cantiere “Buccinasco più” in via Guido Rossa. «Durante una riunione tecnica – dice – Barbaro si presentò come l’uomo del movimento terra». Ma lui non disse nulla. Un fatto che diventa grave, quando Engel ricorda che «in Comune il capo dell’Ufficio tecnico Fregoni, prima di quella riunione, mi aveva detto che quelli non devono fare il movimento terra». Engle, però, lo dice in aula, interpreta “quelli” in maniera indefinita, non si sa “chi” e lui non ritiene di doverlo chiedere a Fregoni. Peccato che dall’interrogatorio si capisca che “quelli” siano proprio i Barbaro. Uno, due, dieci imprenditori e altrettanti inciampi, ricordi traballanti, racconti inverosimili. Tanto che il giudice si spazientisce e urla: «Voi dovete dire la verità».
I morti si contano. A questo punto ben si comprende quanto possa essere stata sorprendente l’uscita del prefetto Lombardi. A Milano oggi la mafia si vede e si sente. Non solo nelle minacce, nelle intimidazioni e nel conseguente senso di omertà diffuso, ma anche nei morti che negli ultimi due anni sono stati ben cinque. Cifra incredibile e che riporta indietro le lancette del tempo di almeno vent’anni, quando per le strade dell’allora capitale morale d’Italia si consumavano sanguinarie faide tra cosche.
Oggi i morti sono cinque e per nessuno ancora vi è un colpevole. Qualcosa si intuisce per l’omicidio di Carmelo Novella, freddato in un bar di San Vittore Olona il 14 luglio 2008. Molto probabilmente la decisione fu presa in Calabria, ma per tutelare interessi lombardi. Secondo gli investigatori, infatti, Nuzzo Novella si stava allargando troppo. Di più: visto il suo indubbio carisma preparava il terreno per diventare il referente delle cosche al nord in vista di Expo 2015. Dopo di lui, i morti sono stati altri tre. Il penultimo è quello che ha fatto meno rumore di tutti, perché forze dell’ordine e Procura hanno pensato bene di occultare la notizia. La vittima è Natale Rappocciolo, boss di corso Buenos Aires a Milano, trucidato con un colpo alla nuca in una zona industriale di Pioltello.
L’allarme c’è. Ora qualcuno lo deve raccogliere. I segnali però non sono buoni. Da un lato, infatti, gli ultimi report delle forze dell’ordine prevedono sviluppi ancora più cruenti proprio in vista dell’Esposizione universale. Dall’altro, diverse inchieste in corso segnalano strette commistioni tra boss e politici. Indagini che dall’hinterland milanese nei prossimi mesi potrebbero raggiungere anche il Comune, la Provincia e la Regione. In tutto questo un’attenzione particolare viene data alla cosca Valle, originaria di Reggio Calabria, ma da tempo emigrata nella zona tra Cisliano e Vigevano. I Valle, federati con la potente famiglia dei Condello, attualmente alleata con gli storici nemici De Stefano, starebbero preparando il terreno per i nuovo investimenti mafiosi in Lombardia. E lo farebbero grazie ad appoggi politici e a società immobiliari con uffici a Milano ma sede legale in Svizzera.

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2 commenti
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  1. [...] ago 2010 – La politica del cambiamento di Carolina Girasole di Angela De Lorenzo mar 2010 – Altro che mafia pulita di Davide Milosa [...]

  2. Meno male che l’anno scorso lo stesso sindaco di buccinasco ultimamente indagato sul suo blog in facebook ed una bella foto accanto alla sua Ferrari rossa dichiarava: finalmente dopo anni di onorati sacrifici sono riuscito anche io ad averla.
    Mentre non era affatto la sua nè lui la pagava!!! comè che un primo cittadino può agire in tali modalità personalmente !!! prendendo in giro tutti i suoi concittadini accanto a lui proprio sul suo sito personalizzato è una vergogna ……….

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