Lotta alla mafia, tra circo mediatico e dati di realtà
10 dic 2009 | Categoria: editorialidi Livio Pepino
Anche la “questione mafia” sembra diventata sempre più una comparsa del circo mediatico che ha, ormai da tempo, sostituito la politica. Così, in molte trasmissioni televisive, l’analisi razionale viene sostituita dall’invettiva e la caratura antimafia di improbabili contendenti alla “palma del migliore” si misura con i decibel delle vanterie di ciascuno. Dal gioco non sono escluse neppure le vie delle nostre città, tappezzate da migliaia di manifesti in cui si esibiscono come palmarès arresti e confische (tacendone gli artefici per poterli, così, attribuire a sé…). È un metodo fatto apposta per occultare i problemi reali su cui, invece, vogliamo riportare l’attenzione.
Primo. Le mafie sono nate prevalentemente in contesti territoriali limitati e spesso caratterizzati da economie arcaiche. Ma non sono fenomeni contingenti legati all’arretratezza, economica, sociale, politica, come dimostrano il loro sviluppo e la loro espansione in luoghi e mercati diversi dal territorio di radicamento. Esse, in realtà, non sono figlie del sottosviluppo e la loro rappresentazione come metafora dell’arretratezza è una visione a dir poco parziale ché il loro tratto specifico è proprio quello di essere state sempre (e tanto più ora) strutture di potere capaci di coniugare tradizione e modernità e, soprattutto, di inserirsi nelle dinamiche economiche piegandole o controllandole a proprio vantaggio. I boss rozzi e semianalfabeti sono una parte soltanto della realtà mafiosa che mostra al loro fianco, con un sorprendente interscambio di ruoli, tipi d’autore di tutt’altra caratura culturale e di ben diverso status sociale. Sta qui lo specifico delle mafie e di ciò deve tener conto una coerente azione di contrasto, che non può limitarsi a celebrare i successi della repressione nei confronti dell’ala militare (magari di quella perdente). Nessuna sottovalutazione – superfluo dirlo – degli arresti di molti latitanti storici, che vanno, anzi, segnalati come passaggio importante tanto sul piano pratico quanto su quello simbolico. Ma guai a pensare (o a dire) che con quegli arresti si sono sconfitte le mafie…
Secondo. In ogni caso arresti, condanne, confische sono – per definizione – frutto di attività di organi dello Stato (magistratura e polizia, in particolare) complesse e protratte nel tempo assai più che di input politici. Anzi, se si fa riferimento a questi ultimi, molti fatti (da ultimo, il “licenziamento” del prefetto di Latina impegnato nel contrastato risanamento del comune di Fondi, i tentativi violenti e pretestuosi di delegittimare e indebolire un pubblico ministero come Antonio Ingroia, la dichiarata volontà di abolire il “concorso esterno in associazione mafiosa”, l’intenzione di rimettere “sul mercato” i beni confiscati ai mafiosi) sembrano confermare la dolente analisi svolta qualche anno fa da Salvatore Lupo secondo cui «i risultati (nel contrasto di Cosa nostra) non sono frutto dello Stato, che, anzi, ha ampiamente ostacolato il lavoro svolto da altri, ma di un gruppo composto di rappresentanti dell’opinione pubblica, di uomini delle istituzioni e di uomini della politica, probabilmente minoritario in tutti e tre i settori».
Terzo. Se i (positivi) risultati raggiunti si devono prevalentemente alla azione di “pezzi” delle istituzioni, occorre – almeno – evitare che le possibilità di intervento di questi ultimi siano diminuite e mortificate. E, invece, proprio questo accade in alcune recenti iniziative legislative del Governo e della maggioranza parlamentare. Ci si riferisce alla drastica limitazione delle intercettazioni ambientali e telefoniche (riducendo le ipotesi di reato che le consentono e, soprattutto, snaturandone la funzione sino a renderle strumento di conferma di prove già acquisite più che veicolo di ricerca della prova), alla riorganizzazione in modo gerarchico degli uffici del pubblico ministero, alla limitazione della discrezionalità del giudice nella direzione del processo, alla esclusione di alcuni mezzi di prova, alla trasformazione del pubblico ministero in “avvocato della polizia” a cui è precluso ogni potere di iniziativa, all’aumento della possibilità di ricusazione del giudice, alla sterilizzazione del Consiglio superiore sia sforbiciandone le competenze sia svincolandolo da una funzione di rappresentanza dei magistrati e via elencando. A questo ingente armamentario di proposte riduttive dei poteri della magistratura si è, da ultimo, aggiunto il progetto a dir poco bizzarro del “processo breve”, cioè – più propriamente – della previsione di un tempo massimo di sei anni decorso il quale il processo (qualunque sia il suo sviluppo) si estingue definitivamente e irrimediabilmente. Ciò non varrebbe per i reati più gravi, tra cui quelli di mafia, ma la nuova disciplina non resterebbe senza effetto anche su di essi, dilatandone ulteriormente i tempi per consentire la sollecita celebrazione dei processi per i reati bagatellari (altrimenti destinati a prescriversi). La sensazione è che più di una “riforma della giustizia” si tratti di un tentativo di “regolare i conti” con i magistrati e, soprattutto, con la giurisdizione.Ci sarà molto da fare nell’anno che sta per aprirsi!















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