Gangsta Napoli

10 dic 2009 | Categoria: archivio articoli, articoli

Store

€2

Questo numero della rivisita è disponibile per il download singolo o in abbonamento. Per acquistarlo è necessario essere registrati allo store. Accedi o registra un nuovo account!

art_9_12_2009

Svalutati da imitazioni che ne deridono la grammatica traballante e lo stile trash, snobbati da critici e studiosi. Eppure i neomelodici sono interpreti di un mondo reale. Per questo l’analisi della subcultura criminale non può prescindere dai canti di malavita



di Marcello Ravveduto

Nel videoclip di Nu latitante, Tommy Riccio si muove in una Napoli notturna sgommando con la sua moto davanti al carcere di Poggioreale. Sembra la canzone di un gangsta rap newyorkese: stesso sguardo duro, stesso giubbotto di pelle nera, stesso sfoggio di oro e pietre preziose, di macchine di lusso e moto potenti. Perché in Italia, a differenza degli Stati Uniti, il fenomeno delle canzoni di malavita non viene studiato, analizzato, approfondito ed interpretato come il megafono di nuove tendenze metropolitane, espressione di un malessere riconosciuto, prima ancora di essere valutato come manifestazione della cultura di strada che coinvolge migliaia di giovani meridionali? Per due ordini di motivi: primo, appartengono al panorama musicale dell’area culturale del Mediterraneo in cui la sofferenza per il malessere assume toni lamentosi e disperati, simili alle urla e ai gorgheggi dei venditori di strada, e non certo quelli duri e violenti del rap statunitense; secondo, i temi rimangono quelli della tradizione napoletana: la mamma, la famiglia, i figli, le mogli, il quartiere sono sempre protagonisti di storie narranti vicende di “ordinaria” devianza criminale; anche il più spietato killer diventa un docile agnello quando pensa alla madre e ai figli, gli unici per cui vale la pena piangere.

La voce dell’esclusione. Le canzoni di malavita, dunque, seguono una flusso orizzontale, andando alla ricerca di un pubblico omogeneo che condivida i versi neomelodici sulla base di esperienze realmente vissute. Quando il pubblico si identifica pienamente nel testo, si ottiene una reciprocità tra emittente e ricevente che genera consenso culturale. Il veicolo di congiunzione è la retorica: l’unica ancora a cui aggrapparsi in una periferia dove i giovani sono costretti a confrontarsi con una vita dura che talvolta rasenta la delinquenza. Hanno amici che sono finiti in galera, hanno sotto gli occhi lo spaccio della droga, si rendono conto di quanto sia complicato trovare un lavoro regolare e di come l’esistenza dei genitori sia stata il continuo accumularsi di sofferenza e disperazione. È in periferia che si sviluppa un senso tragico dell’esistenza dove anche l’amore tra due adolescenti può tramutare in uno strazio senza fine, in un dolore lancinante. I neomelodici sono diventati gli interpreti di questo mondo perché cantano storie realmente accadute, in cui chi vive nel disagio può facilmente riconoscersi. Grazie a questo “neorealismo” la musica neomelodica è riuscita a varcare i confini della periferia napoletana e a conquistare tutte le periferie delle grandi città del sud: allo Zen, al Cep, a Brancaccio, a Librino, nel centro storico di Bari, nei quartieri periferici di Cosenza, Crotone, Reggio Calabria il canto neomelodico sgorga a tutto volume dalle finestre di palazzoni anonimi.
La canzone napoletana è la voce dell’esclusione, dei cuori infranti, delle illusioni spezzate, del precariato cronico e della violenza crescente. Il napoletano è la lingua di un mondo artistico autentico: non produce cantanti/pupazzi, né storie incomprensibili o lontane, come la vita dei protagonisti delle soap opera americane. L’autenticità ha consentito ai cantanti neomelodici di sbarcare anche nella periferia romana. I giovani delle borgate li ascoltano perché cantano con “sincerità” avvenimenti che li riguardano: amori disperati, tradimenti, addii, pene infinite, ma anche vicende di droga e di galera, cronache della marginalità.

La prova è in rete. Provate a digitare su Google la parola neomelodici e ripetete la stessa operazione su Youtube e Facebook. Nel primo caso potrete scegliere tra diverse indicazioni generate autonomamente dal motore di ricerca: neomelodici, neomelodico, neomelodia, neomelodici Napoli, neomelodici 2009, neomelodici wikipedia, neomelodici camorra, neomelodiche, neomelodia napoletana. Interessante è l’associazione automatica, tra le opzioni di ricerca, delle parole neomelodici e camorra con 46.900 risultati. In totale le diverse voci suggerite da Google indicano ben 489.490 risultati. Certo, alcuni siti e link indicati sono gli stessi, ma la somma attesta una notevole quantità di pubblicazioni on line e/o materiali multimediali da scaricare. Su Youtube appena si digita il prefisso neo le prime due parole ad apparire sono neomelodici e neomelodici napoletani. In entrambi i casi troviamo ben 50 pagine di video. Se passiamo a Facebook, andando a curiosare nelle pagine dei gruppi, si possono trovare ben 2.580 forum dedicati al genere musicale. Naturalmente a questi canali di navigazione telematica si aggiungono decine e decine di siti web che pubblicizzano singoli cantanti.

Subcultura spazzatura? Il primo ostacolo da non sottovalutare è lo sconfinamento nella trash music. Il personaggio di Zelig, Checco Zalone, interpretato da Luca Medici, e quello precedente e più locale di Tony Tammaro, inventato da Antonio Sarcinelli, hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sulle canzoni neomelodiche quale prodotto di una subcultura “da spazzatura”, ridicola per le sue imperfezioni linguistiche, per il look “trappano”, per il business delle cerimonie e per i video un po’ naif. I cantanti neomelodici e i loro manager sono diventati un condensato di luoghi comuni (esemplare è lo spezzone del film Aitanic – del 2000 – in cui Nino D’Angelo fa la parodia del fenomeno) che induce alla risata crassa piuttosto che ad una sottile riflessione sociale. Si insiste nel portare in scena la caricatura stereotipata del tamarro di periferia, volgarmente esilarante, che mostra prepotentemente tutti i segni della sua socialità marginale priva di inibizioni. Nel 2005, su Italia 1, Checco Zalone si esibisce vestendosi ed imitando le espressioni vocali degli artisti neomelodici. La polizia è, per esempio, una della canzoni lanciate nel programma: “Come è bello scappare da questo carcere… Ho corrotto al Superiore per evadere da S. Vittore… Mi bloccarono ad una benzina con il carico di cocaina/ dissi ad uso personale/ ma era un quintale di materiale… La condanna proprio non mi piace/ e nemmeno il 41 bis/ mi interessa solo scoprire/ quel grandissimo uomo di merda che sicuramente ha fatto la spia”. Ho reso in italiano una falso dialetto napoletano. Luca Medici scatena l’ilarità del pubblico cantando di evasione, droga e 41 bis, perché fa la parodia di un mondo underground che ha un forte seguito; se non fosse così nessuno potrebbe comprendere il senso di questa satira.

Il reato è colpa della società. Youtube è lo strumento migliore per entrare in contatto con questo mondo che si affaccia (oltre la radio e la tv) sullo scenario della comunicazione di massa. Ormai le case discografiche e i manager dei cantanti usano la piattaforma come mezzo di diffusione pubblicitaria: l’ascolto della canzone, con annesso videoclip, consente un immediato riscontro grazie alla possibilità offerta di lasciare commenti e voti di gradimento. Una prima riflessione: il pubblico degli ascoltatori è digitalmente alfabetizzato e naviga per mettersi in sintonia con il proprio mondo. Il social network si pone tra domanda ed offerta, tra aspirazione artistico/professionale e gusto del pubblico. Il punto di forza è la rappresentazione del territorio: la città o il quartiere sono la ribalta in cui il privato diventa pubblico, in cui la canzone genera reciprocità e credibilità tra produttori e consumatori. I video lanciati in rete sono amplificatori di una particolare mentalità collettiva, un ponte che unisce autori, interpreti ed ascoltatori. Le canzoni di malavita vengono sparate nel flusso virtuale, andando alla ricerca di un pubblico omogeneo che condivida i versi neomelodici sulla base di esperienze realmente vissute. L’esempio più lampante di questa congiunzione tra storia raccontata e pubblico sono le canzoni dedicate ai carcerati interpretate da tre “big”: ‘A storia ‘e nu carcerato di Nello Amato ha raggiunto in due anni 148.845 visualizzazioni con 96 commenti; Chi sta carcerato di Leo Ferrucci 55.910 visualizzazioni in un anno con 50 commenti, Napule carcerata di Tommy Riccio 56.657 visualizzazioni in un anno con 33 commenti. Il messaggio di base è identico: è dura la vita dei carcerati a cui mancano gli affetti. C’è sempre un’associazione con la passione di Cristo: il capofamiglia porta sulle spalle, come una Croce, i pregiudizi e i mali di Napoli. Il reato, per cui sconta la pena, non è attribuibile alla sua azione individuale ma alla società che non gli ha offerto nessuna alternativa. Leggiamo i commenti dei “navigatori” (tradotti in lingua) alle tre canzoni, omettendo i nickname: “Bruno questa canzone è tutta per te, sii forte che presto uscirai quei bastardi ti hanno incastrato senza aver trovato nulla […] Ragazzi non si giudicano le persone lì dentro perché ricordate che sono sempre uomini d’onore, un abbraccio e una presta libertà a tutti gli ospiti dello Stato […] Libertà per tutti, zio ti stiamo aspettando sei tutto per me, dobbiamo festeggiare quando esci, i compagni del rione ti stanno tutti aspettando […] Caro zio spero che uscite presto e ricordate che vi aspetterò sempre perché quando mi sposo siete voi il compare d’anello […] Ho avuto un assaggio della galera da minorenne un anno e mezzo fa e posso dire per esperienza personale che non ci sia cosa più brutta che essere strappato dalla famiglia […] Non vedo l’ora che arrivi domani per vederti, anche purtroppo solo un’ora […] Zio quando esci da là dentro dobbiamo divertirci ricordati che sei sempre il migliore a Secondigliano, speriamo che quando esci non fai più lo stesso sbaglio, lo so è difficile ma tutto si aggiusta […] Un saluto agli amici miei di cella padiglione Firenze stanza 9 […] Tommy un compagno mio sta carcerato si deve fare 8 anni ma con la tua musica è tutto più facile ringraziando anche quel programma radio studio Napoli sulle dediche ai carcerati […] SETOLA LIBERO […] La gente di Napoli è fognatura partendo da Secondigliano e Scampia, sono tutti ladri di galline, i boss veri stanno a Casale, onore a Casal di Principe”.

Malmenato online. Solo chi ha subito l’esperienza del carcere può ritrovare, nei versi di queste canzoni, pensieri e comportamenti vissuti in prima persona o indirettamente assistiti. Se le canzoni sulla detenzione si rivolgono ai carcerati, agli ex carcerati e alle loro famiglie (che interagiscono con il cantante e tra loro tramite i commenti), vuol dire che il pubblico è tutto interno al mondo della malavita campana. Siccome il delinquere nel capoluogo campano è storicamente un fenomeno di massa, si comprende come tali canzoni siano l’offerta musicale ad una fascia di ascoltatori collocati in un specifico gruppo sociale. Se capita, poi, che il cantante è stato realmente carcerato allora diventa ancora più credibile perché ritenuto degno di rispetto per la sofferenza patita. Inquietante, invece, è il richiamo alla superiorità criminale mafiosa dei Casalesi rispetto alla malavita napoletana. La realtà supera la parodia. I commentatori si affidano alla scrittura per rendere indelebile il loro pensiero e quando qualche curioso, con la voglia di farsi quattro risate trash, si azzarda a lasciare osservazioni di indignazione (esterrefatto dalla solidale aggregazione dei fan) viene virtualmente malmenato e, in alcuni casi, minacciato di morte. Un esempio? Ecco il commento contro un “intruso” che si è permesso di mal giudicare una canzone di Gianni Celeste, Vite perdute, che accusa di infamità i collaboratori di giustizia: “Occhio a come parli perché uno non sono canzoni da delinquenti ma canzoni che hanno un significato, due apri meno la bocca ed aziona di più il cervello perché qualche delinquente, come dici tu, potrebbe farti fare una fine una fine non tanto bella”. Ribadisco è solo un esempio tra i tanti. Anche per questo credo sia l’ora di prestare maggiore attenzione all’accumulazione di un immaginario collettivo teso a legittimare la diffusione di una mentalità criminale.

Tags: , , ,

un commento
Lascia un commento »

  1. [...] Gangsta Napoli di Marcello [...]

Lascia un commento