La Costituzione e la profezia di Popper
15 nov 2009 | Categoria: archivio articoli, opinioniStore
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Giunti con il “processo breve” alla diciottesima legge ad personam in 15 anni, ogni commento appare superfluo. Forse è arrivato il momento di alzare bandiera bianca, prima che la nostra anemica Repubblica sia irrimediabilmente dissanguata dall’irresponsabilità distruttiva del presidente del Consiglio. Forse è ora di arrendersi all’evidenza e di prendere atto, una volta per tutte, dell’impossibilità materiale di giudicare il Cavaliere con gli strumenti ordinari della giurisdizione. Di far prevalere il realismo politico e di concedergli la tanto aspirata immunità con legge costituzionale, accompagnando lo stato di diritto in una sorta di coma farmacologico, nella speranza che superi la fase acuta della crisi in corso. D’altra parte ormai una dato appare evidente: Berlusconi si è rivelato più forte. Non di questo o quel partito, di questo o quel magistrato o di questo o quella testata giornalistica: più forte della Democrazia così come era stata progettata nel secondo dopoguerra.
Dopo leggi come la salva Previti, sul conflitto d’interessi, sulle telecomunicazioni, sul falso in bilancio, ex Cirielli, Pecorella, Cirami, anti Caselli etc., concetti come pudore, decenza istituzionale, rispetto sostanziale della legalità costituzionale appaiono svuotati di senso. Così a un mese dalla bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta e dai conseguenti insulti al Presidente della Repubblica – messo all’indice dal premier in diretta televisiva perché reo di non aver esercitato le “dovute” pressioni sulla Corte – il Governo può tornare alla carica con un’impudenza che lascia allibiti. L’ultima trovata consiste nel limitare a due anni la durata di ciascun grado di giudizio per gli incensurati (esclusi alcuni reati, tra cui tutti quelli puniti con la reclusione superiore ai 10 anni, che guarda caso non riguardano direttamente il capo del Governo), pena la chiusura del processo per prescrizione. Ovviamente si è incensurati anche se, in forza di precedenti leggi ad personam, altri procedimenti a proprio carico sono stati dichiarati estinti per prescrizione, persino se si è stati condannati per falsa testimonianza in un processo sulla P2 e si è stati graziati dall’amnistia. Inutile addentrarsi nei dettagli della nuova proposta, discutere dei suoi molteplici profili di illegittimità costituzionale: l’obiettivo vero è noto ed è sempre lo stesso da quando l’anomalia politica per antonomasia è scesa in campo. Mettersi di traverso è fatica sprecata. Il canovaccio è già scritto, le parti della commedia assegnate. L’associazione nazionale magistrati denuncerà le ricadute del processo breve sui processi in corso. Di Pietro e altri esponenti dell’opposizione scenderanno in piazza, eserciteranno pressione sul Colle affinché non promulghi il testo, procederanno alla raccolta di firme per il prossimo referendum abrogativo. Il popolo dei blog si scatenerà. Risse furibonde nei salotti televisivi, spettatori attoniti davanti agli schermi. Alla fine la legge, con qualche correttivo per renderla meno indigesta sarà approvata, un tribunale ricorrerà di fronte alla Corte costituzionale che dopo alcuni mesi (almeno 8-10) si pronuncerà. Comunque vadano le cose, Berlusconi raggiungerà i suoi obiettivi. In caso di bocciatura, la prescrizione per i procedimenti in corso (“Mills” e “diritti televisivi Mediaset”) sarà comunque alle porte, e l’onorevole Ghedini avrà avuto a disposizione altri mesi per studiare ulteriori stupefacenti scappatoie. Chi si opporrà passerà per un avversario del principio sacrosanto della ragionevole durata del processo sancito dall’articolo 111, per un irresponsabile disposto a ostacolare una legge utile al Paese solo perché, per caso, ne beneficerebbe anche Berlusconi; poi verrà additato come un nemico dell’Europa, che da anni ci chiede di accelerare i processi, senza spiegare che l’Europa ci impone di giungere rapidamente alla sentenza, non di bersagliare le legittime aspirazioni di giustizia dei cittadini con una grandinata di procedimenti morti per prescrizione che si configura come un’amnistia mascherata (magari fosse un’amnistia, almeno tribunali e procure non rischierebbero di lavorare invano fino a 6 anni). E queste tesi verranno metabolizzate dalla maggioranza dei cittadini che si abbeverano alle fonti di informazione controllate dal capo. Ogni voce ragionevole di dissenso e di denuncia dell’ennesima torsione distruttiva dell’ordinamento verrà soffocata dal gracchiare di mille megafoni filogovernativi.
Tali distorsioni dei termini del dibattito pubblico, per cui ogni tesi risulta equivalente a quella opposta in spregio a qualunque labile legame con l’oggettività e il buon senso, svincolata da qualsiasi principio di responsabilità e tensione verso la verità, pregiudicano il diritto dei cittadini a essere informati correttamente affinché esercitino coscientemente la propria (sempre più astratta) sovranità. Si tratta di un processo degenerativo della democrazia in atto anche in altri Paesi (si pensi alla vicenda della guerra in Iraq giustificata con la bufala delle armi di distruzione di massa), ma che in Italia, più che altrove, ha raggiunto il parossismo. A dimostrazione del fatto che la democrazia, così come concepita tra il 1946 e il 1948, priva di una normativa di principio stringente sui possibili conflitti di interesse e sull’assetto dei mezzi di comunicazione di massa, non era pronta a fronteggiare un ciclone di tale portata. Troppo fragili i suoi contrappesi per un uomo così smisuratamente potente. I padri costituenti pensavano ingenuamente che quei 139 articoli, sintesi mirabile di cultura cattolica, socialista e liberale, se nutriti di una profonda etica democratica, avrebbero esorcizzato per sempre lo spettro del fascismo e costituito un argine contro ogni tentazione totalitaria. Non potevano immaginare che un potere economico ramificato nei gangli vitali del sistema, incardinato sul controllo diretto delle tv commerciali e indiretto di quelle pubbliche, avrebbero trascinato la costituzione materiale (come la chiamava il costituzionalista Costantino Mortati) così lontano dalla lettera della Carta, senza colpo ferire e con il consenso degli elettori. Non immaginavano che sarebbe bastato cambiare una legge ordinaria, la legge elettorale (“la porcata” così definita dal ministro Calderoli del 2006, autore del testo, non modificato dal centro sinistra tra il 2006 e il 2008) per ritrovarsi un Parlamento fantoccio, esautorato delle sue prerogative dal Governo (su 102 leggi approvate dall’inizio della legislatura, ben 87 sono di iniziativa governativa). Con tanti saluti al principio cardine della separazione dei poteri e alla centralità del Parlamento. Non potevano immaginare che un principio cardine dello stato di diritto come la presunzione di innocenza sarebbe stato distorto per permettere a personaggi senza scrupoli di presentarsi alle elezioni nei panni di perseguitati politici. Non avrebbero potuto prevedere che quel Parlamento, da loro concepito come tempio della democrazia così sacro da proteggere con l’immunità parlamentare, sarebbe stato asservito alle bizze di un tycoon miliardario per sfornare a getto continuo leggi in palese contrasto con il principio d’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge sancito dall’articolo 3 della Costituzione. I padri della Repubblica ragionavano negli stessi termini sintetizzati da Norberto Bobbio all’indomani della liberazione su «Giustizia e libertà», quando scrisse che «la democrazia vive di buoni leggi e di buoni costumi». Non pensavano che il potere democratico avrebbe potuto permettersi di perdere in modo così sfrontato il decoro del suo esercizio grazie alla copertura dei mass media, impegnati a nasconderne le vergogne più che a svelarne il lato osceno. Non potevano immaginare l’incidenza profonda della televisione, la cui tecnologia 60 anni fa languiva in uno stato embrionale, sui costumi e sul senso etico di una intera nazione.
Negli anni Sessanta le denunce di contiguità con la mafia del sociologo Danilo Dolci – che poi non ressero al vaglio giudiziale – contribuirono a bruciare la nomina nel terzo governo Moro del ministro Bernardo Mattarella, ras della Dc siciliana, per una questione di opportunità politica, locuzione che persino ai tempi di Andreotti e Salvo Lima aveva un significato. Oggi all’onorevole Nicola Cosentino, accusato di essere referente politico del clan dei casalesi, non è sufficiente una richiesta di custodia cautelare del Gip di Napoli per ritenere opportuno fare un passo indietro e lasciare la poltrona di sottosegretario all’economia con delega al Tesoro. Sia chiaro, nessuno pretende da Cosentino le dimissioni da deputato o la rinuncia ai suoi inviolabili diritti alla difesa. Ma avere un sottosegretario con delega al “Tesoro” accusato da uno stuolo di pentiti e con un fratello cognato del boss Giuseppe Russo, detto “Peppe ’o padrino”, è qualcosa che può avvenire solo in un paese che ha perso il senso del limite. Berlusconi sa che questa forzatura, a differenza di quanto avverrebbe in altre democrazie, non gli farà perdere consenso, per il semplice fatto che sarà raccontata come un atto di autodifesa dalle “procure politicizzate”, magari evocando impunemente lo spettro di Enzo Tortora, e nella confusione del dibattito massmediatico la tesi diverrà equipollente a quella cristallizzata in 351 pagine di un Gip. Esattamente ciò che avvenne quando il Presidente dichiarò, alla vigilia delle elezioni del 2008, che Vittorio Mangano – lo stalliere di Arcore, pluriomicida, estortore, trafficante di droga e mafioso inquisito da Giovanni Falcone fin dal 1980 – fosse un “eroe” e blindò nelle liste elettorali uomini condannati in processi di mafia, senza poi pagare pegno alle urne. L’uso irresponsabile e arbitrario della parola ha determinato la consunzione e l’irrilevanza della stessa. Questo processo è stato favorito dal più colossale conflitto di interessi che sia mai maturato in un paese occidentale, lo stesso che ha determinato la mutazione genetica della forma di Governo, con il metodico logoramento dei principi della Carta attraverso leggi del Parlamento e strappi istituzionali regolarmente coperti dagli house organs del primo ministro. Non a caso Karl Popper, filosofo della scienza e della politica, liberale di ferro, sosteneva che il più importante mezzo di comunicazione degli ultimi decenni, la televisione, fosse diventato «un potere troppo grande per la democrazia» e che «la democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo il potere della tv». Lo scriveva poco prima di morire, nel 1994, l’anno della discesa in campo dell’uomo di Arcore. Popper non si riferiva direttamente al caso italiano, che ancora doveva mostrare le sue crepe più profonde, tuttavia quelle parole suonano profetiche. E suggeriscono che chi avrà un giorno la responsabilità di riscrivere le regole delle democrazie del XXI secolo non potrà prescindere da un’attenta valutazione di quanto accaduto in Italia negli ultimi 15 anni. L’epoca in cui la democrazia rischiò di spegnersi nel nome del popolo italiano.














