La mafia e l’effetto farfalla
10 ott 2009 | Categoria: editorialidi Manuela Mareso
«Compra tutto». Così ordinava nel 1989 – come risulta da una intercettazione telefonica sovente citata dal procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso – un mafioso catanese a un compare residente a Berlino. Intendeva attività commerciali e immobili. A poche ore dalla caduta del Muro, mentre i più contemplavano commossi la fine di un’epoca, loro ipotecavano il futuro. Ai mafiosi non mancano pragmatismo e senso degli affari. E in questi mesi di crisi economica ancora manca la percezione di che cosa stiano combinando grazie alla ingente liquidità di cui dispongono. È noto che, secondo stime più o meno attendibili, le mafie “fatturerebbero” – si fa per dire – cifre che si aggirano intorno ai 100 miliardi di euro all’anno. Qualcuno afferma che si tratta di ipotesi prudenziali. Dando per buone simili cifre, possiamo affermare che da quando è nato «Narcomafie», nel febbraio del 1993, le mafie italiane avrebbero mosso oltre 1.600 miliardi di euro. Per capirci, il valore del debito pubblico italiano è di poco superiore a 1.750 miliardi. Dove è finita una tale montagna di denaro? Un po’ ovunque. Alle isole Cayman e in altri paradisi fiscali. Nel centro commerciale dove tutti i giorni facciamo la spesa. Forse nel villaggio turistico dall’altra parte del mondo in cui sogniamo di trascorrere le vacanze. Oppure nella Spa che ci dà lavoro. Perché no, nel palazzo in cui abitiamo. Possono essere nell’impresa che ha riempito di sabbia i muri delle case in Abruzzo, o in quella che ha costruito i fragili piloni dei viadotti siciliani. Oppure in una clinica privata all’avanguardia, dove fiduciosi ci rivolgiamo per la cura dei nostri cari. Un fiume di denaro alimentato da mille rivoli – il racket, il traffico di stupefacenti, di rifiuti tossici, di armi, la tratta di esseri umani, l’infiltrazione negli appalti – che per questo non conosce periodi di siccità. Mille nodi, mille legami, mille affari costituiscono quei sistemi reticolari che sono le mafie in cui tutto si tiene: tutti utili alla costituzione della trama, nessuno indispensabile in caso di improvvisa rescissione. Brucia un negozio a Gela e qualcuno a Milano compra un palazzo. Si vende una dose di coca a Scampia e nella Costa del Sol in Spagna viene costruito un villaggio residenziale. Sparano a un ragazzo in Calabria e, dall’altra parte del mondo, la proprietà di una banca passa di mano.
Ma la complessità del fenomeno mafioso sfugge se non ci si cala nel pozzo maleodorante delle connivenze politiche che ne hanno segnato la storia ultracentenaria. Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Fonti, relative alle “navi dei veleni”, note alla stampa addirittura dal 2005, fino al 12 settembre scorso non avevano trovato riscontri. Troppo esosa la loro ricerca per le nostre procure a corto di fondi persino per pagarsi la cancelleria. Poi un robot sommergibile finanziato dall’assessorato all’ambiente della Regione Calabria ha individuato la carcassa della nave Cunsky a circa 14 miglia al largo di Cetraro (Cs), proprio dove il collaboratore aveva detto di cercare. Sembravano vaneggiamenti di un folle quei racconti di navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi affondati dalla ’ndrangheta al limite delle acque territoriali. Dopo aver visto immagini filmate di quel relitto, rileggere le parti della deposizione di Fonti che apparivano più incredibili dà i brividi. Quelle in cui si descrivono periodici incontri con agenti dei servizi segreti nel cuore di Roma per concordare modalità dello smaltimento dei rifiuti provenienti dalle industrie del Nord, di pagamenti versati in istituti elvetici presso i quali il pentito si recava a incassare a bordo di automobili diplomatiche gentilmente fornite dai servizi stessi per evitare noie alla dogana; o quelle in cui si ricorda delle indagini personalmente svolte – su preciso mandato politico – durante le settimane tragiche del rapimento Moro. Sarebbe spontaneo (e consolatorio) bollarle come deliri se non sapessimo del coinvolgimento della Camorra di Cutolo nella liberazione dell’assessore regionale all’urbanistica della Campania Ciro Cirillo, rapito dalle Br nel 1981. O se non fosse appena trascorsa l’estate delle rivelazioni di Massimo Ciancimino (e dei tanti altri che stanno magicamente ritrovando la memoria…) sulle trattative tra Stato e Cosa nostra durante la stagione delle stragi del 1992-1993, su cui si stanno impegnando diverse procure, rivelazioni che proiettano un’ombra lugubre sulla nascita della cosiddetta Seconda Repubblica. Tessere sparse di una verità tutta da scrivere. Tuttavia il filo rosso che unisce questi e altri misteri, dalla strage di Portella della Ginestra all’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, dal fallito attentato all’Addaura contro Falcone ai misteri su Provenzano, appare nitido. Le mafie in questo paese sono state uno strumento improprio di governo. Che fosse per orientare il voto anticomunista in era di guerra fredda, che servisse allo smaltimento sottocosto dei rifiuti tossici delle imprese chimiche del nord al fine di garantirne competitività, livelli occupazionali e capacità di finanziamento dei partiti, le mafie hanno svolto il lavoro sporco per conto di settori dello Stato e della politica, e in cambio di impunità e prosperità. Ma quando da strumento di governo locale, illegale e violento, si assume il profilo di holding internazionali finanziarie, le gerarchie di potere possono mutare, essendo difficile, se non impossibile, misurare l’apporto delle economie criminali alle grandi lobby finanziarie in grado di condizionare i governi degli Stati. Difficile stabilire chi controlla chi, chi strumentalizza chi.
In questo quadro è evidente che l’idea di recidere legami così profondi da un giorno all’altro, magari in forza di un maggiore attivismo di magistratura e forze di polizia, sia puerile illusione. Occorrono invece risposte complesse e di lungo periodo. Ecco l’importanza di Contromafie, ecco il perché di questo numero monografico. Un sistema di potere così articolato deve essere contrastato contemporaneamente a tutti i livelli considerando equipollenti le manifestazioni tradizionali che affliggono vaste regioni del meridione e quelle più moderne e sofisticate, tipiche della criminalità economica, che nel decadimento generale dei costumi di questo paese, si fatica a riconoscere come antigiuridiche. Chi ha a cuore l’obiettivo finale deve parlarsi, deve confrontarsi, deve proporre, deve farsi sentire. Per consolidare e difendere le buona prassi dell’antimafia e inventarsi strade nuove, guizzi di fantasia – come l’uso sociale dei beni confiscati – che colpiscano e disorientino quei signori che si credono i padroni del mondo. Per scatenare quello che i matematici chiamano l’“effetto farfalla”, il piccolo mutamento di una variabile iniziale che, in un sistema complesso, può determinare una grande cambiamento apparentemente privo di legame eziologico con il primo: una farfalla sbatte le ali in Australia e si scatena una tempesta in Europa. Educare un bambino a Casal di Principe, assistere un imprenditore che non vuole pagare il pizzo a Palermo, dare fiducia e garanzie ai testimoni di giustizia, costringere i politici locali, e non solo, ad atteggiamenti meno smaccatamente compromessi, migliorare l’informazione e la sensibilizzazione culturale possono sembrare solo battiti d’ala insignificanti. I mafiosi sanno che non è così, e reagiscono violentemente ad ogni fibrillazione del sistema che pretendono di controllare. Loro intuiscono che dietro ogni quartiere risanato, dietro ogni cittadino consapevole, dietro ogni atto di giustizia è in arrivo la tempesta.















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