Calabria, il dovere di raccontare

10 set 2009 | Categoria: archivio articoli, articoli
di Roberta Mani e Roberto Salvatore Rossi

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art_5_9_2009Estratto dal  primo rapporto annuale di OSSIGENO PER L’INFORMAZIONE, l’Osservatorio di Fnsi e Odg a tutela dei giornalisti minacciati, fondato e diretto da Alberto Spampinato (consigliere nazionale della Fnsi e fratello di Giovanni, giornalista de “L’Ora” ucciso a Ragusa nel 1972), con la direzione scientifica di Angelo Agostini

La storia delle cento scritte apparse sui muri di Papanice, a Crotone: «Evviva il boss!» è un particolare, da fotografare, che spiega meglio di mille pagine il contesto nel quale si sviluppa la faida che ha mandato all’inferno tre uomini e ha gettato fra la vita e la morte una bambina di cinque anni con un proiettile conficcato in testa. Come la storia di un magistrato in prima linea, sorridente e appassionato, che improvvisamente, invaso da un lampo di malinconia, sussurra amaro a «Problemi dell’informazione»: «Forse la Calabria cambierà quando verrà ammazzato qualcuno di noi, a quel punto non ci si potrà più nascondere. Bisogna arrivare a questo? Ripetere l’esperienza siciliana? Cerchiamo di arrivare prima». Oppure la storia di un porto, di uno dei maggiori hub del Mediterraneo, interamente colonizzato dalla mafia. Storie di ordinaria cattiva amministrazione. O ancora la storia di un palazzo in pieno centro crollato da diciotto anni e lasciato lì a diventare una foresta di rovi intoccabile, lasciata crescere fra le macerie della dignità di un’intera comunità. O quella di un escavatore che prende fuoco, e della metanizzazione di un intero paese interrotta, e delle pallottole imbustate agli amministratori che non mantengono le «promesse elettorali». E poi la vicenda di una scuola in disuso trasformata in una discarica destinata alla raccolta differenziata che prende fuoco ogni quindici giorni con la puntualità di un orologio svizzero. Infine la storia di giovani uomini inghiottiti dalla lupara bianca perché erano in amore con la moglie del boss. La storia delle loro «madres de Plaza de Majo». Sono storie legate da una linea gialla, quella che scorgiamo ininterrotta dallo specchietto retrovisore mentre maciniamo centinaia di chilometri. La linea gialla degli eterni lavori in corso della A3, di cui la ’ndrangheta è sovrana. La linea gialla dell’informazione a rischio pallottole. L’allarme di una democrazia violata.

400 euro al mese, minacce incluse. Otto giornalisti minacciati in Calabria in due anni. Un numero da kabala: otto. Otto come i cronisti uccisi in Sicilia nel volgere di un trentennio. Un numero che fa paura. Una cifra mai aggiunta ai dati snocciolati da chi di tanto in tanto si ricorda di raccontarla la Calabria con la sua mafia più feroce del pianeta. Quelli che erano nomi e storie lette nei comunicati di solidarietà della Fnsi e dalle poche informazioni sui giornali, diventano facce, mani tremule, fili di barba, occhi, tic nervosi, diffidenze da sciogliere in ore e ore di conversazione, di reciproca conoscenza, di familiarità acquisita, di intese passate attraverso uno sguardo, una parola dolce, l’umanità e la fermezza di valori condivisi. Uno su tutti: che il nostro lavoro è raccontare, punto! Ore passate a ricordare. Delle mazzate, dei colpi di bastone che miravano alla testa parati dai polsi e dagli avambracci maciullati. Del fuoco che avvolge una macchina e il portone di casa, dei cinque spari, dell’urlo di mia madre e del vetro della mia macchina infranto sottocasa. Della voglia di mollare, in fondo ho 24 anni, studio all’università, posso ancora cambiare lavoro. Del mio ragazzo che se sapesse che sono qui con voi a raccontare queste cose… Della solitudine o della solidarietà, dell’isolamento, dell’impossibilità di continuare a fare il mio lavoro perché al palazzo di giustizia da allora nessuno mi ha rivolto più la parola. Dei bossoli in una busta, della mia firma stampata sulla carta con una croce rossa sopra, e le parole battute il giorno prima sottolineate da una mano mafiosa. Di come lo dico ai miei genitori, ché a trentaquattro anni vivo ancora con loro, con uno stipendio di 400 euro al mese. Di quando sono stato sequestrato per due ore da un sorvegliato speciale con una pistola in tasca che mi obbligava a cancellare le foto che avevo fatto. Di quando ho temuto per i miei figli. Di quando anche mia moglie le ha prese per difendermi da un aggressore indiavolato.

Voglia di sporcarsi le mani. Calabria. Una terra che i giornalisti è abituata ad esportarli, né più né meno che come accade coi medici, i ricercatori, gli insegnanti, i professionisti. Dove il tasso di lettura si attesta intorno al 28% della popolazione, e le copie vendute non superano le 38 ogni mille abitanti. Dove l’impresa non guarda al mercato ma alla mammella dello Stato, dove l’asfissia della piazza pubblicitaria e l’editoria impura non permettono all’informazione di smarcarsi dal ruolo tradizionale della «voce passiva di bilanci ben altrimenti attivi». E tuttavia, non è solo questo, non è solo la punta dello stivale dell’informazione, la Calabria. A osservarla mentre scorre dal finestrino, questa terra, offre paesaggi contrastanti, spiagge da favola e montagne aspre, luoghi che solo a guardarli mettono paura, e paradisi terrestri. Non si smette di guardare fissi di fronte a sé, con l’espressione di chi a vent’anni ha già capito e ha smesso di sognare, in Calabria, né si smette di sorridere, di credere, di sperare, di creare. I giornalisti, soprattutto loro, non lo perdono mai il sorriso. I giovani confidano, hanno voglia di correre in strada, di sporcarsi le mani, di stare vicino ai fatti. Ingaggiano battaglie. Conoscono e difendono i valori più alti della professione. Le redazioni, bilocali dove gli archivi sono giornali buttati sui mattoni del pavimento. Laboratori dove con tre Macintosh, una stufetta elettrica e una scofanata di panini fai la pagina provinciale del quotidiano regionale. Questo è il dato più importante della nuova Calabria dell’informazione: una bella generazione che si forma al lavoro nella scuola dei fatti. Uno scenario che fino a dieci anni fa era impensabile, dato l’assoluto, incontrastato monopolio del «giornale ponte». Quella «Gazzetta del Sud» pensata a Messina e venduta per il 60% in Calabria, figlia dei sacri lombi del modello omnibus – tanto più pallone gonfiato quanto più in declino – che il 28 febbraio (2009, ndr.) getta in trentunesima pagina l’arresto di uno fra i più importanti imprenditori calabresi, mediatore fra il clan Mancuso di Limbadi e le imprese vincitrici dell’appalto per l’ammodernamento della Salerno-Reggio Calabria, mentre sceglie di aprire con l’iscrizione nel registro degli indagati di papà Englaro a Udine. Il primato del nazionale sul locale, il complesso di inferiorità, l’avocazione ad altre intelligenze della scelta di ciò che è rilevante per i propri lettori.

Rifiuti e pallottole. Cinque colpi di pistola, sparati contro l’auto parcheggiata sotto casa. Angela Corica ha solo 24 anni. È la corrispondente di «Calabria Ora» da Cinquefrondi, piccolo centro nella piana di Gioia Tauro. Non è stato facile convincerla a raccontare la sua storia. Era in casa quella sera, ricorda gli spari, l’urlo della madre, la rabbia, la sensazione di non essere più al sicuro. Rifiuti e raccolta differenziata. Di questo si era occupata Angela poco prima dell’avvertimento. Un’inchiesta su una ex scuola di proprietà del Comune, un’isola ecologica, in contrada Gunnari, dove stoccare i rifiuti, diligentemente separati dai cittadini, perché venissero riciclati. In realtà, una sorta di discarica a cielo aperto, senza norme di sicurezza, né recinzioni. Un’area di nessuno, dove chiunque poteva entrare e bruciare l’immondizia abbandonata senza criterio. Cinquefrondi, 6.400 anime, una strada principale, un pugno di villette sparse su una trentina di chilometri quadrati. Uno dei Comuni calabresi che, nel 2007, ha aderito alla campagna sulla raccolta differenziata, finanziata dalla Regione. «La differenza la fai tu», è lo slogan che si legge su uno striscione appeso proprio all’ingresso del paese. A gestire il recupero dei rifiuti una cooperativa sociale, la «Cinquepoli servizi», incaricata dall’amministrazione comunale della raccolta porta a porta. Tre sacchetti separati dove smistare la cosiddetta «materia prima secondaria», quella cioè da inviare alle imprese che successivamente ne gestiscono il riciclo. Un business. Una storia di soldi e di sovvenzioni. Sì, perché alla cooperativa impegnata nell’operazione spetta un contributo regionale, ma solo se almeno il 20% del materiale raccolto viene effettivamente reimpiegato. Altrimenti niente finanziamento. E qualcosa a Cinquefrondi non è andato come doveva. Di questo scriveva Angela Corica. Di quell’area dismessa, di quei locali di una vecchia scuola, poco lontano dal centro, che avrebbero dovuto ospitare, stoccati in bell’ordine, carta, vetro, alluminio, umido, dove invece ogni quindici giorni qualcuno appiccava il fuoco a montagne di rifiuti abbandonati. «Il cancello era aperto. Chiunque poteva entrare e bruciare l’immondizia» – racconta – «quel sito non aveva i requisiti necessari. Ho raccontato quello che vedevo». Dopo l’articolo e l’intimidazione, l’ex scuola in contrada Gunnari viene posta sotto sequestro. Il commissariato di Polistena mette i sigilli in via preventiva. Il sindaco Alfredo Roselli corre immediatamente ai ripari e presenta alla procura di Palmi istanza di dissequestro, perché il provvedimento «danneggia in maniera irreparabile l’ente e penalizza i cittadini». La vicenda si conclude in un mese. La discarica, messa a norma, torna in funzione. «Quell’inchiesta ha dato fastidio». Il direttore di «Calabria Ora», Paolo Pollichieni, non ha dubbi: «I cinque colpi di pistola indirizzati ad Angela sono legati ai suoi articoli sui rifiuti». Lei, Angela, è decisa a non mollare. Continua a scrivere, nonostante tutto, nonostante a Cinquefrondi, dove vive con i genitori, non abbia ricevuto molta solidarietà, anzi addirittura qualche critica: «Non tutti hanno capito – racconta – i cittadini non sapevano nulla di questa vicenda. Dopo il mio servizio sono crollate le adesioni alla raccolta differenziata e si è rischiata la perdita dei fondi regionali a essa destinata. Qualche conoscente mi ha consigliato di lasciar stare, di farmi la mia vita e trovarmi un altro lavoro, magari più pagato e meno pericoloso». Sorride Angela. Mentre parliamo arriva una telefonata. C’è da mettere in pagina il pezzo di un collega. «Io vado avanti. Quando ci credi è così – dice – non era mai successo che minacciassero una ragazza, una studentessa di 24 anni. Cerco di non pensarci, anche se provo ancora molta rabbia, perché non so da chi mi devo guardare, perché i miei genitori vivono nell’angoscia e appena tardo un quarto d’ora la loro ansia cresce, perché non so dove ho sbagliato». C’è stato un incidente stradale, un morto e un ferito grave. Angela torna al computer. Sono le 19.00. La pagina chiude. Non c’è più tempo.

«È la stampa, bellezza». «Questi giornalisti hanno rotto le scatole», le parole non saranno state proprio queste, ma il significato sì. La conversazione è stata registrata nel carcere di Tolmezzo fra il boss della piana di Gioia Tauro, Pino Piromalli, e la figlia. I giornalisti in questione sono i «carusi» della redazione di Gioia di «Calabria Ora». Agostino Pantano, pubblicista, poco più di trent’anni, li coordina da tre anni. Anche lui è stato minacciato, due volte in pochi mesi. Il 25 luglio scorso gli hanno forato le ruote della macchina parcheggiata vicino al giornale. Nessun dubbio – secondo gli inquirenti – sulla matrice mafiosa del gesto, non solo per le modalità ma anche per la concomitanza con i provvedimenti di fermo eseguiti in quei giorni dalla Dda reggina a carico di esponenti di spicco dei clan mafiosi di Gioia Tauro. È l’operazione «Cent’anni di storia». «Calabria ora» se ne occupa approfonditamente, mette in evidenza le connivenze con la politica locale, racconta, scrive, si espone. Al centro delle indagini il porto di Gioia Tauro, il più grande del Mediterraneo, che ogni giorno movimenta più di 7.500 containers su tratte internazionali e intercontinentali, un indotto di miliardi di euro, un centro di potere per gestire ogni tipo di traffico illecito. Sin dagli anni Novanta le cosche del reggino, Piromalli-Molè, dopo la fine della prima guerra di mafia, avevano dato vita a una sorta di supercosca che gestisse affari di alto livello. «L’accordo prevedeva il pagamento di una sorta di “tassa” fissa, – come si legge nell’ultima relazione della Commissione Parlamentare antimafia – un dollaro e mezzo su ogni container trattato in cambio della “sicurezza” complessiva dell’area portuale. Nel progetto anche il controllo delle attività legate al porto, dell’assunzione della mano d’opera e i rapporti con sindacati e autorità locali». Anche oggi il porto di Gioia Tauro offre alle cosche la possibilità di trattare ampie e diversificate attività illecite: lo smaltimento di rifiuti da spedire in Cina, India, Russia o Nord Africa; il contrabbando di tabacchi e il traffico di stupefacenti, vista la posizione strategica per tutte le rotte mediterranee della droga. L’inchiesta «Cent’anni di storia» del luglio scorso conferma, ancora una volta, come i tentacoli della ’ndrangheta siano riusciti a penetrare negli affari del porto. E proprio quegli affari fanno da sfondo alla frattura tra le due famiglie storiche della zona, i Piromalli e i Molè, che per anni, da alleate, si sono divise le attività della piana. Secondo gli inquirenti, il clan dei Piromalli, in combutta con un’altra famiglia mafiosa, quella degli Alvaro, e escludendo i Molè, riesce nella scalata ai vertici della «All Service», azienda leader dei servizi portuali. Riesce a penetrare così nel cuore del più grande giro di denaro disponibile. Gli equilibri sono definitivamente rotti. La prima spaccatura già quattro mesi prima, il1˚ febbraio del 2008, quando Rocco Molè, il capo dell’omonima cosca, viene ucciso per strada. È l’inizio di una nuova guerra di mafia, di una nuova scia di sangue. «Calabria ora» segue i fatti, spiega. Racconta dell’omicidio di Nino Princi, imprenditore in odore di mafia, fatto saltare in aria con una bomba piazzata sulla sua auto. E di David Cambrea, presunto affiliato ai Molè, ferito a morte proprio nei giorni degli arresti. «Un clima pesante – racconta Agostino Pantano – un territorio ad alta densità mafiosa con diverse zone d’ombra. Un intreccio di rapporti anche con una parte della politica locale». Il Consiglio comunale di Gioia Tauro, infatti, è stato sciolto nell’aprile scorso per infiltrazioni mafiose. Ad ottobre il sindaco Giorgio Dal Torrione, viene arrestato insieme al vice sindaco Rosario Schiavone e al primo cittadino di Rosarno, Carlo Martelli. Pesante l’accusa dei magistrati della Direzione antimafia della Calabria, concorso esterno in associazione mafiosa. In particolare il sindaco di Gioia Tauro «era disponibile a uniformare le scelte del Comune agli interessi della cosca Piromalli» (Dda, 2008). L’intimidazione ad Agostino Pantano matura in questo contesto.
«È chiaro che i giornalisti che raccontano queste realtà sono esposti – dice –. La mia esperienza di cronista mi ha insegnato che la ’ndrangheta ha due preoccupazioni, mantenere la ricchezza accumulata con gli affari illeciti e fermare la cattiva pubblicità, quella che può derivare anche da un articolo». Il giorno dopo le ruote forate, è il direttore del quotidiano in un editoriale a rispondere all’intimidazione: «Ci provano, ma non ci fermiamo – scrive a firma C.O. –. Qualcuno pensa davvero che sforacchiando le gomme alla macchina di uno di noi può cambiare il corso delle cose o condizionare l’impegno dei singoli e del giornale? Per farlo deve essere oltre che mafioso anche stupido. «Calabria Ora» continuerà con la chiarezza, la serenità, la determinazione di sempre. I Piromalli continueranno a parlottare nei colloqui e nei pizzini (…). Se ne facciano una ragione. È la stampa… bellezza».

Una croce sulla firma. «Il primo pensiero è stato per i miei familiari. Come dirglielo e perché dirglielo?» Anche Giuseppe Baglivo collabora con «Calabria Ora» di Vibo Valentia. Il 31 ottobre 2007 il centro smistamento posta di Lamezia Terme intercetta una busta gialla indirizzata alla redazione. Dentro ci sono due proiettili di fucile, calibro dodici, e le fotocopie di alcuni suoi articoli. Sulla firma una croce. Comincia così la cronaca di un’altra intimidazione. Di un avvertimento dai contorni mafiosi per spegnere i riflettori sull’ennesimo malaffare. Questa è la storia di un palazzo fatiscente divorato dai rovi, abbandonato a se stesso, tra le bancarelle del mercato, sulla via principale dello shopping. Lo chiamano “il palazzo della vergogna”. È in quello stato dal 1990. Diciotto anni di carte bollate, corsi e ricorsi, condanne, risarcimenti e reati prescritti. Ma lui è sempre lì, intoccabile. Alla fine dello scorso ottobre, la svolta. Il Presidente del Consiglio comunale Marco Talarico presenta una mozione, controfirmata da trentatré consiglieri, quasi l’unanimità, che decreta l’esproprio del rudere, ne ordina l’abbattimento e propone, al suo posto, la creazione di un’area verde. Giuseppe Baglivo riporta la notizia sul suo giornale, accanto a un’inchiesta che ricostruisce la storia della vergogna. E arrivano I proiettili. A lui, a un collega del «Quotidiano della Calabria» e allo stesso Talarico. Ma non è abbastanza. Durante il consiglio per l’approvazione della mozione, il palazzo viene fatto sgomberare per un allarme bomba. Falso. Seduta sospesa. Tutto da rifare. Nella riunione successiva molti consiglieri fanno marcia indietro, tolgono la firma. Meglio ristudiare bene la pratica. Fare ulteriori verifiche. Il «palazzo della vergogna» resiste. Ancora una volta è salvo. Giuseppe Baglivo lavora a 50 metri da quella catapecchia. Ci si trova faccia a faccia ogni giorno. La redazione, all’ultimo piano di uno stabile, dà proprio su Corso Vittorio Emanuele, la via principale della città. Collabora con «Calabria Ora» da poco più di un anno per 400 euro al mese. «Quando racconti questa terra il rischio lo metti in conto» – spiega mentre sfoglia gli articoli nel mirino –. «In questa vicenda, però, la mafia non c’entra. Un’intimidazione del genere da parte delle cosche sarebbe ingiustificata. È più facile che si tratti di un gruppo di persone contrarie all’esproprio, che hanno interessi personali per l’immobile o per l’area su cui sorge l’immobile, costruttori o imprenditori, magari esponenti della massoneria deviata che è molto forte a Vibo Valentia». Continua a sfogliare gli arretrati. Cerca il pezzo in cui il suo giornale ha parlato dell’intimidazione. Ripete che la mafia non c’entra. D’accordo. Ma due proiettili di fucile infilati in una busta, gli chiediamo, non è un «linguaggio» tipicamente mafioso? Ci pensa un attimo. Poi spiega: «È il contesto in cui viviamo. Anche persone che non appartengono a clan mafiosi poi nel vivere quotidiano ne assumono gli atteggiamenti, quando vedono lesi i loro interessi. È un tipo di cultura dilagante nel Sud Italia, non contrastata dalla politica che a Vibo si è lasciata intimidire».
Usciamo dalla redazione. Passiamo davanti al “palazzo della vergogna”. «Ho ricevuto tanta solidarietà in un primo momento, fiumi di parole, la solita litania – dice Giuseppe –, ma la vera solidarietà doveva arrivare da quel Consiglio comunale. Quella mozione per l’esproprio doveva essere approvata. Invece…». Invece è tutto come prima.

Reagire al terrore. Girato l’angolo, in una via laterale, c’è la redazione di Vibo della «Gazzetta del Sud». Lino Fresca, cronista d’esperienza del quotidiano, ci viene incontro. È tardo pomeriggio, l’ora in cui si deve chiudere la pagina. Deve scrivere un articolo su un incidente stradale. Quattro ragazzi si sono schiantati nella notte. Tre sono in prognosi riservata, uno è salvo. Passiamo dal bar. Gli chiedono chi sono i feriti. «Il figlio del macellaio? È grave?». Lo chiamano Professore, perché insegna anche religione in un istituto tecnico. «È la prima volta che racconto quello che mi è successo – dice –. Non voglio passare per una primadonna». Ci porta nell’archivio del giornale. Decine di faldoni rilegati in bordeaux con inciso l’anno a caratteri dorati. «Era il 28 giugno del 2004». Comincia a raccontare. Le tre del mattino, l’auto parcheggiata davanti alla casa al mare. «Qualcuno l’ha cosparsa di liquido infiammabile e le ha dato fuoco. È saltata in aria. Mi sono svegliato di soprassalto. Ho avuto paura» – spiega – «molta paura, soprattutto di aver messo a rischio la vita dei miei figli, della mia famiglia. Il messaggio era chiaro: fatti gli affari tuoi o ti facciamo fuori». Smettila di scrivere, insomma. Lino Fresca si stava occupando degli attentati subiti da amministratori e imprenditori a San Gregorio d’Ippona, duemila abitanti sulle colline di Vibo Valentia, territorio della cosca Fiarè, satellite dei Mancuso. Aveva raccontato di una gru incendiata nel cuore del paese durante i lavori di metanizzazione. Un avvertimento mafioso, una prova di forza, probabilmente contro chi non aveva rispettato gli accordi, o si era rifiutato di pagare il pizzo. «Quel pezzo ha dato fastidio – dice –. Ha acceso i riflettori su un problema reale. La ’ndrangheta seleziona gli obiettivi, non colpisce nel mucchio. Quando qualcuno si frappone tra affiliati e interessi diventa un ostacolo all’arricchimento e deve tacere». È l’«Operazione Rima» condotta dalla Polizia di Vibo Valentia e dalla Dda di Catanzaro nel luglio del 2005 a portare alla luce gli interessi di San Gregorio d’Ippona. Trentaquattro ordinanze di custodia cautelare per associazione mafiosa finalizzata all’usura, estorsione, riciclaggio e truffa ai danni dello Stato. Secondo la Guardia di Finanza, la cosca dei Fiarè avrebbe pesantemente condizionato l’attività comunale gestendo appalti e altre attività con la complicità diretta di sindaco e vicesindaco. La ’ndrina inoltre «avrebbe attuato anche una serie di estorsioni ai danni di imprenditori impegnati nella realizzazione di lavori pubblici». Il metano appunto. «Dopo quella notte ho vissuto nel terrore – confessa Lino Fresca –. Non volevo che i miei figli salissero in macchina con me. Volevo sparire, non dare nell’occhio. Poi ho reagito. Continuo a scrivere, anche se mi occupo d’altro. L’ha deciso il giornale, per tutelare la mia incolumità».

A tu per tu con la ‘ndrangheta. «La lupara bianca te la metteremo in bocca. Smettila di scrivere, giornalista di merda, sbirro di merda, altrimenti te la vedrai brutta». Una busta bianca, recapitata a casa con posta ordinaria. Dentro una lettera. Antonio Sisca, 60 anni, corrispondente dal vibonese della «Gazzetta del Sud» rilegge quella frase dal verbale di denuncia, seduto nel suo salotto di Filadelfia, 5.800 abitanti sulle colline alle spalle di Pizzo Calabro con vista sul mare. La legge con tono calmo, quasi rassegnato. Non è la prima volta. Negli ultimi 10 anni ha ricevuto una quindicina di intimidazioni: l’auto bruciata, proiettili di pistola e di fucile calibro 22, telefonate minatorie, incontri a tu per tu con alcuni «notabili della ’ndrangheta», persino un’aggressione con prognosi di 5 giorni. «Qui il giornalista è colpito perché racconta la verità e ai signori della ’ndrangheta questo non piace. Subisco minacce perché mi occupo di mafia, droga, racket delle estorsioni, ma soprattutto perché ho scritto dei cinque casi di lupara bianca che tormentano questa zona. Decine di articoli, decine di appelli delle madri che chiedono di riavere almeno i resti dei figli». Filadelfia, la Plaza de Mayo di Vibo. Anche qui ci sono i «desaparecidos». Ragazzi che scompaiono nel nulla. Quarantuno dagli Anni Ottanta. L’ultimo è Valentino Galati, ex seminarista, custode di un locale notturno. Due anni fa è uscito per andare al lavoro, non è più tornato. Antonio Sisca si è occupato anche di lui. Ha addirittura ipotizzato un movente, forse una vendetta, forse una storia d’amore proibita con la moglie del boss, e indicato i nomi dei responsabili. Puntuale, lo scorso settembre, è arrivata l’intimidazione: «La lupara bianca te la metteremo in bocca». Storie dimenticate. Storie di violenza, di regolamenti di conti tra cosche lametine, vibonesi, catanzaresi. Storie di ’ndrangheta. La cronaca del 2009 in Calabria si apre con il sequestro di un ragazzo di 24 anni picchiato e bruciato vivo. È in rianimazione. Si chiama Cristian Galati, è il fratello di Valentino. I tre aggressori sono stati arrestati. Uno, secondo gli inquirenti, è affiliato al clan Anello, che controlla il territorio di Filadelfia e delle zone limitrofe. È molto attivo nel traffico internazionale di stupefacenti. Cristian lotta tra la vita e la morte nel centro grandi ustionati di Bari. È stato punito per aver incendiato l’auto del mafioso, che, forse, riteneva coinvolto nella scomparsa del fratello. Il suo errore è stato di vantarsi dell’impresa su internet. L’ordine è partito. Andava eliminato. Antonio Sisca ha un filo diretto con la madre dei Galati. «È una donna distrutta». È sabato pomeriggio. La moglie è in cucina, prepara il sugo di carne. Il figlio ci interrompe e chiede le chiavi della macchina. Sisca lo saluta. «Ho paura per lui – dice –. C’è stato un periodo che se non era puntuale, io e mia moglie entravamo nel panico. Qui si vive sempre nell’incubo. Si ha a che fare con persone senza scrupoli. Quando ti aggrediscono o ti minacciano arrivano i cori di solidarietà, ma quando si tratta di proteggere un cronista che lavora in questa terra si fa davvero poco». Nel suo studio Sisca ha un grosso raccoglitore dove tiene articoli e denunce. L’ultima è datata 12 settembre 2008. È il racconto di un’aggressione. «Eravamo io e mia moglie in centro a Filadelfia. Si avvicina un uomo e capisco subito le sue intenzioni. “Ti faccio vedere io, mi dice, stai attento a quello che scrivi o te la farò pagare” e comincia a picchiare. Riusciamo a infilarci in un negozio. Lui viene fermato e portato in caserma. È parente di un trentottenne morto di droga, trovato in un campo con la siringa e la bustina ancora vicino. Nessun dubbio per i carabinieri. Overdose. Ma quell’uomo voleva punirmi perché in un articolo di qualche giorno prima avevo riportato la notizia». In Calabria si rischia anche per questo.

Il clamore di un mite cronista di frontiera. Quella di Leonardo Rizzo è la storia di un uomo semplice con una voce lieve. Un settantenne che ha dedicato la sua vita al racconto degli avvenimenti del suo paese, Cariati, novemila abitanti sulla costa ionica della provincia di Catanzaro. «Un posto che non ha una grande storia criminale – spiega –. Dove però spadroneggia il cartello Farao-Marincola di Cirò, dedito al traffico di stupefacenti e alle estorsioni». Rizzo è uno di quei cronisti avamposto, come ce ne sono tanti, corrispondenti di provincia per il giornale regionale, isolati dalla lontananza fisica della redazione, soli di fronte ai fatti. Il suo giornale è la «Gazzetta del Sud». Un tipo intraprendente Leonardo. Negli anni, trentacinque di attività professionale, ha dato vita a una radio, «Radio Centrale Cariati», e a un periodico online, «Il Ponte». Proprio lì, sul davanzale della finestra del suo studio-redazione, qualche anno fa, sono state abbandonate quattro pallottole di fucile. E più di una volta le minacce sono arrivate per telefono. «Succede a chi fa cronaca da queste parti», dice, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Non è uno che si scompone troppo Leonardo. Neanche quella sera d’inverno, il 16 gennaio del 2008, aveva dato troppa importanza alla puzza di bruciato che saliva dalle scale. Aveva pensato fosse il camino al piano di sotto. Erano le dodici e mezza di sera, in onda, su Canale 5, Matrix di Enrico Mentana affrontava il tema del giorno, le dimissioni di Clemente Mastella da ministro della Giustizia. Leonardo, come l’Italia intera, voleva capirci qualcosa. È stato l’urlo della moglie a metterlo in allarme. Il piano di sotto della sua abitazione in centro e a due passi dal mare era già invaso dal fumo. Due bottiglie piene di benzina, la stoppa accesa, le fiamme che lambivano il portone di legno erano già alte. Leonardo ha subito denunciato il fatto. E ha dichiarato che l’attentato è di matrice mafiosa, di sicuro, un tentativo di metterlo a tacere. Con noi va oltre le poche righe del lancio Ansa di un anno e mezzo fa. «Mi ero occupato di un tentato omicidio, questioni di droga. Era stato solo pochi giorni prima, di sera, in una strada periferica di Cariati. L’uomo era in macchina con la moglie mentre è stato avvicinato dall’automobile del killer. Cinque colpi di pistola, due lo raggiungono alle spalle. Questo era stato il mio racconto, asciutto. Ha dato fastidio». Il pezzo di Leonardo è una cronaca fedele dei fatti, nessuna interpretazione, nessuna ipotesi che vada oltre le dichiarazioni degli inquirenti, come nella tradizione della «Gazzetta». «Lo sapete meglio di me – chiude Leonardo – il clamore disturba gli affari. A loro dà fastidio solo che si parli». Un caso semplice quello di Leonardo Rizzo, mite cronista di frontiera in terra di Calabria, dove può succedere che qualcuno possa pensare che la cronaca nera non debba occuparsi di un tentato omicidio.

«Distruggi le foto». È il primo marzo a Crotone, domenica. Il giorno della manifestazione nazionale contro la ’ndrangheta, come l’anno prima a Locri. Il corteo è diretto nella piazza dove ha sede il palazzo comunale. Attraversa la strada adiacente allo stadio, si ferma accanto al palazzo di Giustizia. Dentro ci sono quattro uomini al lavoro. Il sostituto procuratore Pierpaolo Bruni e gli uomini della sua scorta, tre carabinieri. Il pm si sta preparando per il maxiprocesso che partirà il 9 marzo a Crotone. Centoventi gli imputati fra i quali boss, affiliati e gregari recentemente arrestati. Ma anche politici, amministratori, funzionari delle istituzioni che non sono sottoposti a misure cautelari, ma che secondo il giudice associato alla Dda di Catanzaro avrebbero dato appoggio alle attività economiche dei clan. Le famiglie del crotonese hanno una forte vocazione economica. Riescono a penetrare il mondo economico legale – opere pubbliche in modo particolare – reinvestendo i capitali accumulati da attività illegali: narcotraffico ed estorsioni. Quella di Crotone è una mafia efferata, armata di kalashnikov e bazooka, presente in molte parti d’Italia e molto potente rispetto ad altre famiglie calabresi. Dalle attività investigative è emerso che un imprenditore legato alla ’ndrina Ciampà, nel 2003, sia riuscito ad ottenere l’appalto per l’allungamento della pista dell’aeroporto di Reggio Calabria. Questo non sarebbe potuto accadere se una nuova geografia del potere mafioso non avesse reso possibile ai crotonesi di dialogare con i reggini. Sono tre le famiglie che operano in città, i Vrenna, i Ciampà e i Bonaventura. Ancora di più in provincia, i Megna e i Russelli a Papanice, i Farao-Maricola di Cirò e i Grandi Aracri e i Dragone di Cutro, I Nicosia-Capicchiano e i Trapasso-Arena a Isola Capo Rizzuto. Un affollamento che per un decennio ha insanguinato l’area con una faida terminata la vigilia di Natale del 2005, a seguito di un accordo deciso da un summit fra i clan. La tregua si interrompe nel 2008, alla vigilia di Pasqua. Il morto è Luca Megna di Papanice (Kr) reggente dell’omonimo clan, ad ucciderlo un esponente dei fuoriusciti: i Russelli. L’omicidio ha una risonanza mediatica nazionale, vi è coinvolta la figlia di Megna, cinque anni, colpita alla testa: da allora in coma vegetativo. Tre giorni dopo a morire è Giuseppe Cavallo, l’autista del capoclan Leo Russelli. Con lui, la moglie (cugina del boss) e un bambino: lei leggermente ferita, il piccolo illeso. «Il messaggio era chiaro e non era diretto solo agli avversari – dice Antonio Anastasi, cronista di nera e giudiziaria della redazione di Crotone del «Quotidiano» – ma soprattutto alla popolazione di Papanice: noi le donne e i bambini non li tocchiamo! Ecco cosa hanno voluto dire i Megna con quell’omicidio». Antonio ha 37 anni, capelli e barba brizzolati, dietro la sua scrivania, in redazione, un’enorme cartina della Calabria, scherza mentre lo inquadriamo per l’intervista («sì, come Giuliacci»), forse per esorcizzare la timida riservatezza che lo contraddistingue. «A quattro giorni dal secondo omicidio, in chiesa, durante la messa in ricordo di Luca Megna, viene letto un messaggio del boss in galera, Domenico, padre di Luca, che ordina di interrompere la faida. Passano pochi giorni. Sui muri di Papanice appaiono le scritte: Viva Luca Megna. Resterai sempre nei nostri cuori! A quel punto mando Mario (il nome è di fantasia, nda) a fotografarle. Ed è allora che Mario passa un brutto quarto d’ora». Mentre scatta è fermato da Rocco Laratta, sorvegliato speciale, affiliato al clan Megna. È minacciato e costretto a salire sulla sua autovettura, sequestrato, accompagnato nello studio di un altro fotografo. A quest’ultimo il compito di rimuovere gli scatti dalla memoria della fotocamera digitale. Mario viene poi abbandonato per strada. Non gli resta che telefonare in redazione e comunicare il «buco». Per Mario è stato difficile superare lo shock. Si è deciso a denunciare e a testimoniare nel processo che ha visto imputato il suo aggressore. Ma a noi non vuole parlare. Lo incrociamo in redazione, lo vediamo all’opera sul palco della manifestazione antimafia. Gli parliamo, proviamo a convincerlo. È perentorio: «No!». Nemmeno Antonio vuole parlare dell’aggressione di cui è stato vittima. Preso a bastonate, sotto casa intorno alle undici di sera mentre rientrava dalla redazione. Anastasi non abita lontano dal dedalo delle vie del centro storico di Crotone. Ci passiamo insieme di notte, vicino casa sua. È a due passi dal lungomare. A cento metri dalla piazzetta Rino Gaetano. Erano in tre, l’11 ottobre del 2007, armati di mazze e bastoni. Antonio dice di non essere sicuro che sia opera di mafiosi. Quello che è certo è che solo pochi giorni prima, il 6 ottobre, è il «Quotidiano» il primo giornale a svelare la notizia, trapelata durante una conferenza stampa, che le famiglie crotonesi vogliono uccidere il giudice Pierpaolo Bruni. Una notizia che non fa molto clamore, se non in ambito locale. Le garanzie per il magistrato tardano ad arrivare. Dovrà intervenire persino il presidente della commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione, presso il ministero dell’Interno, affinché vengano rafforzate le misure di sicurezza di Bruni. Il «Quotidiano» ingaggia una campagna al fine di risvegliare l’attenzione su quel pm che è sul punto di dimostrare in sede processuale la pericolosità della mafia crotonese, la sua natura imprenditoriale, i suoi rapporti con le multinazionali dell’edilizia, con amministratori locali e nazionali, con funzionari e burocrati delle istituzioni italiane ed europee. L’affare sul quale mettere le mani ha un nome altisonante, Europaradiso, il giro soldi è esorbitante: sette miliardi di euro. Si tratta del più vasto complesso residenziale del Mezzogiorno, 1.200 ettari l’area prospiciente il mare da edificare. Una striscia di terra che si estende da Crotone alla riserva naturale della foce del fiume Neto. Dalle meticolose indagini della Polizia giudiziaria e della magistratura, emergono chiaramente gli interessi e i legami all’interno del sistema mafioso. Consigli comunali di Crotone intimiditi dalla presenza fisica di Salvatore Aracri, boss di Cutro: uno dei maggiori interessati alla speculazione, dato che negli ultimi anni si era premurato di comprare i terreni che avrebbero interessato l’edificazione.
Amministratori eletti nel 2006 con l’appoggio dei clan, due funzionari del ministero dell’Ambiente, uno della Comunità europea. Tutti indagati per corruzione. Ognuno di loro avrebbe dovuto operare, fare la sua parte, al fine di rendere possibile la realizzazione del complesso nonostante la sua posizione in un’area di tutela ambientale e le chiare infiltrazioni mafiose nell’intero affare.

Una mafia di serie B? Pierpaolo Bruni lo incontriamo a sera, nel suo ufficio al terzo piano del palazzo di giustizia. Alle sue spalle, il giorno diventa notte a Crotone, la domenica diventerà lunedì. I faldoni invadono ogni angolo della stanza. «L’informazione è determinante ai fini dell’esistenza stessa della ’ndrangheta. Non dimentichiamo che la mafia è basata sull’omertà, sul silenzio». Ha quarant’anni, è esile, asciutto. Nel modo di salutarci c’è l’accoglienza piena e sorridente della gente di queste parti. La concentrazione torna in fretta a rigare la fronte, quando chiediamo come funziona il sistema: «È un rapporto di prestazioni corrispettive. Un vero e proprio contratto per effetto del quale il politico si mette a servizio della cosca e degli imprenditori di riferimento, permettendo loro di accaparrarsi degli appalti e tutta una serie di concessioni e autorizzazioni pubbliche. E a questo fanno da controprestazione una serie di favori che il mafioso fa al politico, procacciando i voti durante la campagna elettorale. E questo determina delle conseguenze drammatiche, l’azzeramento della democrazia che si svuota del suo contenuto principale, la libertà di manifestazione della preferenza politica». La democrazia in Calabria è attaccata anche su altri fronti, la libertà d’impresa naturalmente: «Anche il principio della libera concorrenza viene azzerato perché è ovvio che il mafioso amico dell’imprenditore e l’industriale colluso avranno gioco facile nell’accaparrarsi il monopolio di tutte le commesse pubbliche». E la libertà di stampa? Otto giornalisti minacciati in due anni: «È un dato inquietante, gravissimo. Nel momento in cui viene soffocata la libertà di manifestazione del pensiero, ancora una volta la democrazia subisce un gravissimo attacco».
È con Francesco Forgione, ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, che approfondiamo il rapporto della ’ndrangheta con la comunicazione. Chiediamo se le ’ndrine hanno investito nell’informazione, se hanno investito capitali nell’editoria: «La ’ndrangheta ha una strategia propria della comunicazione costruita sul silenzio, sull’inabissamento, su una struttura di omertà che non riguarda solo gli affiliati dell’organizzazione ma guarda alla capacità di condizionare e di egemonizzare la società. Proprio questa egemonia condiziona il modo di fare informazione sulla ’ndrangheta, più che i capitali mafiosi investiti nell’editoria, che pure ci saranno». Forgione è un fiume in piena, la potenza espressiva dell’intellettuale non tradisce la stazza corpulenta dell’uomo: «C’è un problema che riguarda la grande informazione nazionale, l’ipocrisia nel continuare a considerare la ’ndrangheta una mafia di serie B, salvo poi leggere che il Dipartimento del Tesoro americano l’estate scorsa l’ha inserita nelle prime dieci organizzazioni criminali e di narcotraffico che operano riciclaggio in territorio statunitense. È un problema serio quello dell’informazione. Se si arresta il boss Lo Piccolo si scrivono pagine e pagine di giornali, si fanno speciali in tv, se si arresta il boss della ’ndrangheta Pasquale Condello, di caratura criminale ben più elevata di Lo Piccolo, se ne parla sui giornali calabresi, mentre i quotidiani nazionali dedicano dieci righe in una colonna, e le tv si limitano a dire arrestato il boss Condello, era latitante da dieci anni. Anche per questo rischiano quei ragazzi, spesso senza tutela nelle loro testate, che scrivono di queste cose. Sarebbe ora di finirla di pensare alla ’ndrangheta come a un gruppo di pastori aspromontani».

“Quindici Ros nel mio appartamento”. Non si tratta di ’ndrangheta, nella fattispecie. Non ha ricevuto pallottole, lettere intimidatorie, non è stata aggredita, nessuno ha bruciato la sua macchina, nessuna telefonata anonima l’ha svegliata nel cuore della notte. Eppure la storia di Chiara Spagnuolo, cronista di giudiziaria del «Quotidiano della Calabria», perquisita in casa da quindici Ros, vogliamo comunque raccoglierla a margine di questo viaggio in Calabria che non può che chiudersi con alle spalle il mare e il vento del Tirreno che le muove i capelli. Qualcosa da dire ce l’ha la sua storia se ricordiamo che «L’Ora» di Palermo, che perse tre cronisti uccisi dalla mafia fra il ’60 e il ’72, nello stesso periodo ricevette almeno duecento denunce da parte dell’autorità giudiziaria. «Una perquisizione degna del peggiore criminale». Chiara ha ancora nella voce la rabbia. «Quindici carabinieri del Ros si sono presentati a casa mia, mentre io non c’ero e hanno sequestrato cd, computer, materiali anche dei miei familiari che nulla avevano a che vedere con il mio lavoro. Poi mi hanno raggiunto al mare. Ho consegnato il mio pc e la pendrive». È il 30 luglio 2007. Chiara è caposervizio nella redazione di Catanzaro del «Quotidiano della Calabria». Si occupa di cronaca giudiziaria e segue l’indagine «Why not», condotta dal pm Luigi De Magistris, sull’utilizzo di fondi europei per il lavoro interinale nella Regione. Indagine che in quel periodo coinvolge l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi e l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella. Si ipotizza un presunto accordo tra politica e imprenditoria per l’assegnazione di quei finanziamenti in cambio di voti per le elezioni. «Sono stata iscritta nel registro degli indagati in concorso con lo stesso pm De Magistris – ricorda Chiara –. Il reato che mi è stato contestato è divulgazione di atti coperti da segreto. In sostanza si voleva accertare se il magistrato avesse fornito a me e ad alcuni giornalisti materiale da pubblicare per sostenere, con una sorta di campagna di stampa personalizzata la sua inchiesta. Io facevo solo il mio lavoro». Chiara la incontriamo sul lungomare di Paola di ritorno da Roma. È diretta a Cosenza, dove si è trasferita dopo la sua vicenda. «La perquisizione mi ha cambiato la vita – racconta con amarezza – . L’accusa che mi è stata rivolta di possedere presunti documenti segreti mi ha reso inaffidabile agli occhi delle fonti. Sono stata isolata. Seguire la cronaca nera e giudiziaria era diventato impossibile. Ho cambiato redazione e città. Ora mi occupo solo di economia». L’indagine, nel frattempo, passa per competenza dalla procura di Catanzaro alla procura di Salerno. «Ho subito due interrogatori, ho avuto i telefoni sotto controllo, per un anno hanno monitorato la mia vita. Per che cosa? Per due articoli, uno in cui riportavo la notizia, ventiquattro ore dopo i giornali online e le tv, del decreto di perquisizione a carico di alcune persone coinvolte nell’inchiesta “Why not”, l’altro, che non era neppure a mia firma, pubblicato mentre io ero in ferie. Assurdo. Lo scorso giugno la procura di Salerno ha chiesto l’archiviazione». Un attimo di silenzio. Poi aggiunge «Qui in Calabria non è facile, persino i colleghi non mi hanno manifestato solidarietà. Durante una conferenza stampa qualcuno ha addirittura insinuato che io avessi una relazione con De Magistris. Anch’io ho ricevuto in passato minacce, telefonate anonime. Ho ricevuto addirittura la visita di un esponente delle cosche in redazione, mandato da un politico per consigliarmi di occuparmi d’altro. Ma questa vicenda giudiziaria folle, l’isolamento che ne è derivato, l’etichetta di giornalista vicina a De Magistris che ha voluto portare avanti delle istanze, fa più male. È solo una forma più raffinata di minaccia».

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3 commenti
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  1. Ringrazio tutti coloro che hanno realizzato questo servizio e come insegnante mi impegno a divulgarlo tra i miei colleghi e i miei studenti. Vi sarei molto grata se mi fosse permesso di contattare la giovane giornalista Angela Corica al fine di invitarla nell’istituto di Mantova “Bonomi_Mazzolari” dove insegno per un incontro con gli studenti. Cordiali saluti

  2. Gentile Maria Regina Brun, sono uno dei degli autori del pezzo qui sopra. Per il contatto con Angela, mi mandi una mail a robbirossi@gmail.com
    Cordialità

  3. [...] Informazione Calabria il dovere di raccontare di Roberta Mani e Roberto Salvatore Rossi L’informazione locale: tra naufragi e resistenze di [...]

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