Il distretto dei compari

10 lug 2009 | Categoria: archivio articoli, articoli

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art_9_7_2009Bergamo, Brescia, Mantova, Cremona. Un teste ci guida sui territori dove da anni Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra fanno affari, in accordo tra loro e con la complicità di professionisti locali

«Emanuele, non salire più lì sopra e non fare più danni!». Non sono le parole di una mamma, indirizzate al suo bambino. È la raccomandazione che un mafioso rivolge ad un altro mafioso, intercettata dai carabinieri. Per «lì sopra» si intende il nord Italia. Emanuele, ha 36 anni, sta per essere estromesso dalla gestione di affari e cantieri che la “famiglia” siciliana dei Rinzivillo, di Gela, controlla in diverse zone del Settentrione. È inaffidabile, parla troppo. Angelo, un altro “picciotto”, che nell’interesse del clan sta realizzando un programma per il controllo dei subappalti edili al nord, lo denuncia al capofamiglia, Crocifisso Rinzivillo: «I cazzi nostri non li deve far sapere a nessuno!».

Il comitato d’affari. È in una riunione nel profondo nord, a Busto Arsizio in provincia di Varese, dove il clan gelese ha da anni una sua propaggine, che viene deciso di sganciare Emanuele dalla consorteria. Deve lasciare il nord. Per uno che se ne va, intanto, ce ne sono altri in grado di “lavorare”, lontano da casa, capaci di scendere a patti. Si fa così su al nord. Dove, in quei giorni, mentre Emanuele lascia, continua l’incessante attività finanziaria, imprenditoriale ed estorsiva di almeno cinque gruppi mafiosi. Origini diverse, un obiettivo comune e frequenti contatti. Affiliati alla ’ndrangheta, a Cosa nostra e alla camorra: sono circa 200 e hanno deciso di prenderselo quel pezzo di nord, da Varese, a Bergamo, a Brescia, fino al lago di Garda, e giù tra Mantova e Cremona, per un volume d’affari di centinaia di milioni di euro. Al telefono si chiamano “compari” e nel cuore delle province più produttive del Paese hanno conficcato un palo. È il “distretto” delle mafie al nord.

L’arrivo di zio Michele.
La Direzione distrettuale antimafia facente capo alla Corte d’Appello di Brescia, controlla 4 province: Brescia, appunto, ma anche Bergamo, Mantova e Cremona. Su quelle vigilano due pubblici ministeri, che da soli devono districarsi in mezzo a centinaia di compari e ai loro affari.
Giovanni, origini siciliane, nome di fantasia per garantirgli l’anonimato, lo incontriamo nella città della Loggia, dove vive da una decina d’anni. Là ha conosciuto i “compari”. Per circa un anno ha lavorato per loro. Ricorda, in particolare, una cena. «È il 2004. Ci troviamo in un ristorante, a Peschiera del Garda – racconta –. Ci raggiunge al tavolo un uomo di mezza età. Tutti si alzano in piedi, lo salutano col baciamano e gli cedono il posto migliore. Chiedo ai presenti, con discrezione, chi sia quell’uomo. Mi rispondono: «È Zio Michele di Gioia Tauro, abita a Modena». Alla cena partecipano mafiosi, ’ndranghetisti e camorristi. Dopo aver mangiato e discusso a lungo, si trasferiscono tutti in un night del bresciano, dove Giovanni inizia a fare quello che farà per mesi: accompagna in auto le spogliarelliste-prostitute, ucraine, romene, russe e moldave dal locale alle case dei clienti e controlla che non ci siano problemi. «Quel night era cosa loro – prosegue Giovanni –, me lo dissero quella sera. Come molti altri e come molte altre attività, anche se non formalmente. Non ho mai saputo il cognome di “Zio Michele”. So per certo, però, che è un pezzo grosso dei Piromalli. Quella sera era venuto a chiedere come andavano gli affari». “Lì sopra”, infatti, il gioco è in mano a due cosche calabresi: i Piromalli e i Bellocco. Sono loro che governano, con strategiche alleanze con Cosa nostra e con la camorra, grossa parte dell’economia illecita del “distretto del nord”. Sempre lì reinvestono, nel lecito. Per scoprirlo basta unire i tasselli di alcune operazioni condotte in Lombardia dalle forze dell’ordine negli ultimi due anni.
La mala del Garda. Il 13 luglio 2007 tocca agli uomini del Gico della Guardia di Finanza di Brescia. L’operazione “Mafia sul Lago” porta al sequestro di ville, appartamenti, terreni, auto di lusso, locali notturni, aziende e attività commerciali, per un valore di 30 milioni di euro. Due cosche, ’ndrangheta e camorra, con base operativa vicino al lago di Garda, hanno scelto un’area ricca e centrale del nord Italia, per ripulire il denaro nel settore edile, dei trasporti e dell’intrattenimento notturno. «“Mafia sul Lago” è di assoluto rilievo – spiegano dal Comando della Finanza di Brescia –. È il primo caso di emissione, nel Distretto della Corte d’Appello di Brescia, di un provvedimento preventivo antimafia. Si è riconosciuta l’esistenza, tra il Garda, Brescia, Mantova e Cremona, di persone che operano in nome e per conto di associazioni mafiose». Chi sono questi mafiosi? «Li conosco. Ho lavorato proprio per loro», ci dice Giovanni. «Sono così uniti dai profitti che fanno – spiega – che difficilmente si dichiarano guerra a vicenda». E ci porta a vedere una strada. Bisogna partire da lì per raccontare il radicamento delle mafie nel “distretto del nord”.

I tre fratelli “bresciani”. Taglia una pianura ondulata, immersa fra campi di grano, macchie di alberi e poche case sparse senza ordine. Siamo in frazione di Sedena, comune di Lonato, provincia di Brescia, a una quindicina di chilometri da Desenzano e dalle acque del Garda. Lì, a pochi metri di distanza l’una dall’altra, le case di tre fratelli legati al clan Piromalli. Uno dei pentiti più importanti nella storia della ’ndrangheta, Francesco Fonti, già nel 1994 dichiara all’autorità giudiziaria che i tre fratelli sono affiliati alla mafia calabrese. Nel paese dove sono nati, Gioia Tauro, provincia di Reggio Calabria, hanno lasciato gli affetti: l’intera famiglia affiliata alla ’ndrangheta, al locale di Gioia Tauro, alla cosca dei Piromalli. Quei Piromalli che si sono costruiti negli anni il controllo quasi totale delle attività economiche del porto e della piana di Gioia Tauro, capaci anche di costituire basi al di fuori della Calabria. Un punto di forza della cosca che i tre fratelli “bresciani” incarnano alla perfezione: saliti al nord, passando per l’Emilia, negli ultimi 10 anni si sono stanziati nel bresciano, sul Garda.
«Essi impongono manodopera clandestina, pagata poco e in nero, in molti cantieri del bresciano e chiedono il pizzo ai gestori dei locali notturni del Garda», racconta Giovanni. Con loro la ’ndrangheta da esportazione incontra la camorra in trasferta. Sul Garda porta i nomi del clan “dei pastori” di Afragola. «Uno di loro – spiega un investigatore del Gico di Brescia – fino a cinque anni fa era un camorrista di mezza età che se ne stava comodo a Napoli. Poi il clan afragolese gli ordinò di lasciare moglie e bambini e andare a vivere sul Garda, a Desenzano, per controllare gli affari. C’era qualcuno che stava facendo rumore». Era il più irrequieto dei tre fratelli calabresi. «Nei night club prende a pugni i clienti. Fa troppa confusione – prosegue l’investigatore –. Da Napoli allora parte anche un gruppo di fuoco deciso ad eliminarlo, ma arrivato in un autogrill del modenese torna indietro: ’ndrangheta e camorra hanno trovato un accordo. Saranno i fratelli a farlo ragionare». Serve sangue freddo, perché si tratta di affari. Quelli che il gruppo calabrese e quello campano fanno con la gestione dei locali notturni, di Desenzano e di Lonato, in molti casi sequestrati dalla Finanza. «Le ragazze nei night non valgono nulla – spiega Giovanni, che era il loro autista e bodyguard –. O meglio, valgono fino a 800 euro a prestazione, se il cliente decide di averle direttamente in casa. Soldi che vanno dritti nelle tasche dei ’ndranghetisti e dei camorristi».

Il ruolo dei colletti bianchi. «Gli affari però vanno ben oltre il bresciano», chiarisce Giovanni. Il “distretto dei compari” comprende diverse province, coinvolge altri personaggi e altre mafie e si tira dietro la collusione e l’abilità di una serie di prestanome, professionisti e colletti bianchi. È in provincia di Mantova, infatti, che ha sede legale un’azienda che tratta la costruzione e la ristrutturazione di immobili, nonché la vendita all’ingrosso di materiali e prodotti tipografici. Per la Guardia di Finanza, però, è solo una delle società a disposizione della ’ndrangheta, una scatola vuota. Nessuna delle attività presenti nella ragione sociale è mai stata messa in pratica. Ma per i compari rappresenta una ricchezza. L’affare sta nell’utilizzare la scatola per ottenere finanziamenti e aprire linee di credito in banca. In un’area residenziale di Brescia, infatti, in un appartamento anonimo come tanti, c’è un fax che suona in continuazione. La stampante si mette in moto e i fogli entrano ed escono quasi senza fermarsi. È il fax della signora Maria, una broker bresciana. È lei che si occupa, per conto dei compari, di comunicare con clienti, camere di commercio, istituti bancari, finanziarie, specie quelle dei paradisi fiscali. Lei intrattiene rapporti soprattutto con un catanese di 60 anni. Nel 2004 quel tipo lo si può trovare a Desenzano in un ufficio del centro dove ha sede la sua Padana Costruzioni. Egli è un uomo chiave nella gestione di tutti gli affari che i “compari” hanno nel nord della Lombardia. Nel suo ufficio a Desenzano sono di casa gli ’ndranghetisti del Garda, mentre quando vuol parlare coi camorristi li raggiunge nei loro night in riva al lago.

Le mani sugli appalti. Il sessantenne di Desenzano frequenta anche un certo Roberto di Gela. Se lo prende come socio e si tira dietro tutto il gruppo dei Piromalli. C’è da lavorare con la cosca dei Rinzivillo, “famiglia” gelese da tempo attiva anche al nord. A Busto Arsizio e nel varesotto i Rinzivillo possono contare su una cinquantina di affiliati. «Busto è come Gela, una polveriera! Il bordello che c’è a Gela, succederà là! Mi stai capendo?»: così dice, intercettato, Angelo, affiliato ai Rinzivillo. Quando nel dicembre del 2006 scatta l’operazione “Tagli Pregiati” condotta dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta finisce dentro anche lui, assieme a un’ottantina di persone. È il referente in Lombardia dei fratelli Rinzivillo, Antonio, Salvatore e Crocifisso. Mantiene il controllo di appalti e subappalti edili e ne trova di nuovi. Con lui, tra il 2004 e il 2006, i Rinzivillo si aggiudicano i lavori di ampliamento anche di centrali elettriche. I suoi operai lavorano tenuti sotto il giogo del caporalato, per esempio nell’alto milanese, a Verona e nel parmense.
I prestanome, intanto, vengono arruolati direttamente sul territorio. Quando, ad esempio, la società che deve gestire i subappalti relativi ad una centrale ha bisogno di una “testa di legno”, viene scelta una venticinquenne di Lodi. Assunta inizialmente come segretaria, poco dopo le viene intestato tutto. Convincerla è semplice: mensilità da 10mila euro, una Bmw, una Volvo e un bel purosangue, dato che ha la passione per i cavalli. Nell’estate del 2005 Angelo ha per le mani un nuovo affare e tramite Roberto lo propone al mediatore sessantenne di Desenzano. Quest’ultimo accetta e ne parla con gli uomini dei Piromalli: l’alleanza ’ndrangheta-Cosa nostra ha un altro progetto. A settembre quelli del bresciano partecipano ad alcune riunioni assieme ai gelesi. Una prima volta si ritrovano a Busto Arsizio, poi a Milano nello studio di una broker. Qui i “compari” preparano una serie di truffe ai danni delle banche e dello Stato. Predispongono una strana procedura contabile, da loro chiamata «lo strumento», e la utilizzano per aprire e chiudere società, cambiare amministratori da un giorno all’altro, manipolare i bilanci, gonfiare o sgonfiare le spese. Creano una serie di scatole vuote utili solo per mungere soldi alle banche, alle finanziarie e agli istituti di credito. A fianco della signora Maria lavora un altro esperto mediatore creditizio, titolare di una finanziaria di Bollate, nell’hinterland milanese. Sono loro l’ultimo anello di una catena che parte da una cosca criminale di Gela per arrivare a volubili professionisti che predispongono falsi avalli cambiari, fideiussioni ed ogni altra garanzia, sotto qualsivoglia forma, per facilitare l’ottenimento del credito a chi sta dall’altra parte della scrivania.

Le regole dei Bellocco. «I compari diventano una cosa sola quando si tratta di affari», spiega Giovanni. «I gelesi assieme ai Piromalli hanno gestito traffici di droga, ma soprattutto decine e decine di aziende e appalti. Alcuni anche a Milano, in corso Buenos Aires». Nel 2005 è l’operazione ’Nduja, condotta dai Ros di Brescia, a colpire un’altra cellula ’ndranghetista. Radicata stavolta nella bassa bergamasca e in Franciacorta, ha però forti legami con la cosca del Garda. Al vertice c’è un calabrese referente in Lombardia dei Bellocco di Rosarno. «Un clan forte e pericoloso – spiega Roberto Di Martino, procuratore della Dda di Brescia –. Manteneva un controllo capillare su alcune fette di territorio. Lo dimostrano le intercettazioni. I mafiosi dicono che da quelle parti, nel bergamasco, non deve muoversi foglia senza il loro volere». Tra loro un certo Pino, al tempo stesso membro del clan Bellocco e parente dei fratelli radicati a Lonato (i “bresciani”, ndr.). «Me lo ricordo eccome Pino – racconta ancora Giovanni –. L’ho visto varie volte nell’ufficio di Desenzano assieme agli uomini dei Piromalli». Pino è il titolare di un’impresa edile. Coi compari del Garda si scambia appalti, ma soprattutto manodopera clandestina che loro gestiscono alla maniera dei caporali, pagandola in nero. «Quando li ho conosciuti controllavano un esercito di operai – prosegue Giovanni –. Almeno un migliaio di persone tra le province di Bergamo, Brescia e Cremona».
Come ci si deve comportare nel “distretto” lo spiega bene il catanese di sessant’anni, intercettato della Guardia di Finanza: «Voglio andare fino in fondo. Tutelare gli interessi che sono sì i miei, ma anche quelli del mio compare!». E non c’è dubbio che il canale di approvvigionamento migliore, per avere a disposizione grandi quantità di denaro, da reinvestire poi in attività lecite, come aziende commerciali o edili, o illecite, come il prestito ad usura, resta il traffico della droga, e della cocaina in particolare. Una regola che i Bellocco conoscono bene. E per far arrivare oro nelle loro casse da quella miniera che è il narcotraffico internazionale hanno messo in piedi una rete, fatta di passaggi e pedine, che si estende da Brescia, a Bergamo, a Trento, a Milano, tocca Francia e Spagna e arriva in Sud America, fino ai narcos colombiani di Medellin. A Brescia, spiega il pm Roberto Di Martino, «il numero di organizzazioni radicate sul territorio e dedite al traffico di stupefacenti è sorprendente». Brescia, vicina a quattro aeroporti internazionali (Milano Linate e Malpensa, Bergamo Orio al Serio, Verona), secondo il Procuratore capo della città, Giancarlo Tarquini, «è un crocevia del traffico di droga, che riceve e smista in più direzioni». La cocaina, però, non è l’unica merce a viaggiare. Dal “distretto”, in direzione sud, sotto il controllo dei Bellocco, partono anche pistole, fucili a pompa, mitragliatori e kalashnikov. Molte vanno da nord a sud, ma altre si fermano in Lombardia. La ’ndrangheta le prova nei boschi, tra Brescia e Bergamo, come dimostra un’intercettazione telefonica, durante la quale si sentono in lontananza esplodere colpi. Succede, poi, che a volte dalle prove si passi ai fatti.

Bergamo: stagione di sangue. È il 25 aprile 2007. Un uomo esce dopo le 22 dalla sua casa di Tagliuno di Castelli Calepio, Bergamo, per andare a dormire in carcere, come prevede il regime di semilibertà. Ad attenderlo fuori dall’abitazione un amico che lo accompagnerà con la sua Mercedes. Amico che, quasi cinque mesi più tardi, in una notte di fine estate, parcheggia quella stessa auto e scende per andare a letto nella sua casa di Chiuduno. Il primo uomo, Leone Signorelli, in carcere non ci arriva perché viene ammazzato con tre colpi all’addome da due killer. Accade sotto gli occhi dell’altro uomo, l’amico Giuseppe Realini, che vive a pochi chilometri di distanza e che l’11 settembre non riesce a rincasare, perché viene ammazzato anche lui con tre colpi. Due omicidi in Valcalepio, nel bergamasco, a distanza di pochi mesi e due vittime, uccise perché diventate scomode per differenti ma intrecciate ragioni. Signorelli nel 2005 aveva deciso di collaborare con la giustizia, dopo essere stato arrestato in flagrante un anno prima, a pochi chilometri da casa, assieme a due colombiani in una serra di Telgate, trasformata in una raffineria di cocaina. L’amico, Giuseppe Realini, invece, artigiano del legno, era stato testimone dell’uccisione. Due omicidi la cui dinamica sembra, secondo gli inquirenti, portare una firma inequivocabile, quella della ’ndrangheta.

L’omicidio Cottarelli. «Sono stato a una riunione in cui si è parlato di spartizione del territorio. C’era gente che faceva paura, gente dura, con la pistola». A parlare così, intercettato dalle forze dell’ordine, è Angelo Cottarelli. L’uomo, un bresciano, nato a Desenzano del Garda, viene ammazzato il 28 agosto del 2006 nella sua villetta di Urago Mella, frazione di Brescia, assieme alla moglie e alla figlio Luca, di 17 anni. Giovanni lo ha conosciuto, ma non se la sente di dire molto. «Ho conosciuto Cottarelli in un night dove lavoravo», spiega. Quel night si trova a Gussago, a pochi chilometri da Brescia. Tra il 2002 e il 2004, i veri padroni del locale sono sempre loro, il catanese sessantenne, i fratelli legati ai Piromalli e i napoletani di Afragola. Angelo Cottarelli, piccolo imprenditore, con precedenti penali per alcune truffe finanziarie, frequenta quel locale e quella gente. Con il proprietario del Mascotte ha messo in piedi una società che ha per oggetto le attività più diverse: dalla compravendita di immobili fino alla gestione di sale giochi. È solo una delle tante società nelle quali Cottarelli entra e poi esce, molto in fretta. Una di queste, la Jolly Service, finisce sotto la lente degli investigatori. Secondo la Procura di Potenza, che nel 2004 indaga su un’organizzazione, legata alla ’ndrangheta, che sfrutta clandestine facendole prostituire nei night, è proprio la Jolly Service di Angelo Cottarelli a produrre i contratti di lavoro che servono a regolarizzare le donne straniere, prede di una vera e propria tratta. Il night viene sequestrato e Cottarelli arrestato, assieme a 32 persone, tra cui uno dei fratelli legato ai Piromalli. Si fa una ventina di giorni di carcere ad Opera, prima che arrivi il proscioglimento per mancanza di indizi. Quando esce torna a frequentare i night. Fino a che: «Un giorno ho visto entrare nel night gente mai vista. Si sono seduti e hanno parlato a lungo con Cottarelli», racconta Giovanni. Vito e Salvatore Marino vivono a Trapani, sono cugini, figlio e nipote di un boss mafioso locale ucciso nel 1986. Secondo la Procura di Brescia, sono loro ad aver sterminato la famiglia Cottarelli. Il Pm Paolo Savio istruisce un processo per triplice omicidio, ma il 27 settembre del 2008 la Corte d’Assise di Brescia assolve Vito e Salvatore Marino dall’accusa.
Il cammino della giustizia non si ferma e mantenendo gli stessi imputati la procura presenta immediatamente ricorso: l’impianto accusatorio quindi rimane in piedi. Cottarelli pare abbia conosciuto i Marino attraverso un ragioniere di Trapani in affari da tempo col bresciano. È con quei compari che, prima di morire, Cottarelli riesce a mettere in piedi un affare che frutta parecchi soldi. Il meccanismo è semplice: si tratta di sfruttare illecitamente i vantaggi di una legge, la 488 del 1992, nata per favorire lo sviluppo delle attività produttive e dei livelli occupazionali nel Mezzogiorno. È tutta una finta. In realtà, le aziende agricole che dovrebbero dar lavoro e produrre, esistono solo sulla carta. A lavorare, invece, ci pensano le “cartiere” bresciane. Viaggiano, infatti, da Brescia a Trapani le fatture false che Cottarelli sforna, attraverso due società. Con quelle i Marino gonfiano le spese della cooperativa e ottengono finanziamenti pubblici per circa 7 milioni di euro, senza spendere una lira sul campo. Ma secondo la ricostruzione della Procura, Cottarelli a un certo punto decide di chiamarsi fuori e così pare abbia firmato la sua condanna a morte.
«Compare», così lo chiamava al telefono uno dei capi di quell’organizzazione che sfruttava prostitute, quando gli chiedeva di trovare un appartamento dove alloggiare otto ragazze dell’Est Europa.

Il nord finge di non vedere. Un investigatore, alcuni giorni dopo la mattanza, si lascia sfuggire una frase significativa: «Cottarelli era diventato negli anni una specie di finanziaria della mala, che investiva e disponeva di denari non suoi». Quando si amministra il denaro delle mafie nel “distretto del nord” si diventa “compari” all’istante, anche se non si è affiliati. Si entra, però, anche in un mondo fatto di strategie, di guerre e di codici che non si conosce e che si fa fatica a comprendere. Soprattutto al nord, dove convive con l’economia più produttiva del Paese. Quel nord che troppo spesso, anche davanti ad una strage mafiosa come quella di Brescia, fa finta di non vedere. Non si cura della serpe che, negli ultimi anni, gli sta crescendo in seno.

Fabio Abati e Igor Greganti

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