Un mondo a misura di reddito
10 giu 2009 | Categoria: archivio articoli, articoliStore
Questo numero della rivisita è disponibile per il download singolo o in abbonamento. Per acquistarlo è necessario essere registrati allo store. Accedi o registra un nuovo account!
Colpi di Stato, guerre, povertà. Ma soprattutto corruzione dilagante. La Costa D’Avorio è sprofondata in una crisi dalla quale non riemergerà facilmente. La speranza è riposta nelle prossime elezioni e nel processo sullo scandalo dei rifiuti tossici che avvelenò le sue coste nel 2006
Inganna Abijan di notte. Man mano che ti avvicini al Plateau, il cuore economico e politico di Abidjan, capitale (ora solo commerciale), che si affaccia sulla laguna con i suoi grattacieli e i suoi monumenti extra large, per un attimo arrivi a credere che tra questa e una metropoli del mondo occidentale non ci possa essere poi tanta differenza. Che forse tutti quei palazzi mozzafiato, i ristoranti di lusso, gli alberghi a quattro stelle, i centri commerciali frequentati da benestanti uomini d’affari che viaggiano su macchine da qualche decina di migliaia di euro, sono il segnale più manifesto che la Costa d’Avorio ha iniziato la risalita.
Era la Parigi d’Africa. Poi torna la luce: la torcia dei poliziotti sparata sulle targhe delle automobili a controllare chi entra e chi esce dalla città. Dopo le 23 tutto chiuso, non si passa più. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori fino alla mattina dopo. Una misura presa nel 2002 quando scoppiò la guerra civile. Il conflitto si è spento, tranne qualche breve ricaduta, nel 2004, ma nessuno ha più pensato di revocarla e a qualcuno deve far ancora comodo, evidentemente: la polizia tutte le notti (e anche di giorno) racimola un bel po’ di soldi, tra una gabella e l’altra a taxisti spiantati che, chissà, forse la patente non ce l’hanno nemmeno. Ed è lì, in quel momento, che i contorni di Abidjan riemergono chiaramente: una capitale, sì, ma dell’Africa nera. Era la Parigi d’Africa fino agli anni Ottanta, il fiore all’occhiello di un paese che a sua volta era il rigoglioso fiore all’occhiello di tutto il continente. Oggi è una metropoli da 6 milioni di abitanti che ha ai suoi piedi i disperati delle baraccopoli, migliaia e migliaia di casupole di lamiera che si perdono a vista d’occhio in mezzo ai cumuli di immondizia e alla sporcizia. L’esempio più concreto di come corruzione politica e crisi economica possano mettere in ginocchio un paese. Il cui unico primato è rimasto quello dell’incidenza dell’Aids sulla popolazione: più o meno il 5%, il 12% solamente qualche anno fa.
La decolonizzazione non è stata che l’inizio del tracollo. E solo un mese fa l’“incoronazione”, proclamata sulle reti televisive nazionali quasi fosse una di quelle notizie da dare in pompa magna: il Fondo monetario internazionale ha fatto entrare la Costa d’Avorio nella lista dei paesi poveri molto indebitati. Nelle
casse dello Stato arriveranno 71 miliardi di franchi, circa 105 milioni di euro, per sanare una parte del debito interno con i fornitori. E le voci critiche nei confronti del governo sostengono che l’ingresso nel Ppte (Pays Pauvres Très Endettés, Paesi poveri fortemente indebitati) non sia altro che la prova più evidente della politica di sviluppo miope e affaristica dell’attuale presidente della Repubblica.
Il miraggio delle elezioni. A fine aprile l’ambasciatore ivoriano, Ilahiri Djédjé, ha annunciato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che le elezioni si terranno al più tardi il 6 dicembre. Di fatto una data ufficiale non c’è ancora. L’Onu continua a sollecitare, ma le operazioni di identificazione e censimento elettorale, avviate e sospese a singhiozzo nonostante i finanziamenti della comunità internazionale per renderle tecnicamente possibili, vanno molto a rilento. Troppo. A moltissimi ivoriani mancano i documenti, la registrazione è quasi un’impresa. E Gbagbo pare abbia le sue responsabilità. «Quando Gbagbo – spiega Desiré Koukoui, presidente del forum delle Ong ivoriane e direttore del Bice, Bureau International Catholique de l’Enfance – ha preso il potere, ha fatto una sorta di epurazione: i documenti delle popolazioni del Nord a lui avverse sono stati distrutti e così moltissime persone sono state eliminate dalle liste elettorali, che ancora non ci sono». A quello si sono appigliati i ribelli del Nord per provare a ribaltare lo Stato nel 2002. E quello è ancora uno dei motivi che tiene alta la tensione nel paese: ripetuti i richiami degli ex delle Forze Nuove all’attuale primo ministro del governo di coalizione, la loro guida Soro, perché lasci il suo incarico e «non si renda complice della manovra messa in atto dal partito al potere, volta a evitare le elezioni». Soro per ora resta dov’è. E le operazioni di identificazione e censimento elettorale, seppur lentamente, proseguono. L’attenzione internazionale adesso sembra alta e il governo non può continuare a mettere ostacoli, tanto che in questo periodo sulle reti televisive nazionali passano spot e cortometraggi che invitano gli ivoriani ad andarsi a registrare per votare.
Cara vecchia agricoltura. La Costa D’Avorio è cresciuta al ritmo del 10% all’anno fino agli anni Ottanta, fino a che l’agricoltura ha retto e spinto tutta l’economia del paese. Cacao, caffè, olio di palma. Gli ivoriani, in queste produzioni, non li batteva nessuno. Poi le cose cambiano, arriva la recessione mondiale, i prezzi sul mercato internazionale crollano e gli stabilimenti chiudono. L’epoca d’oro finisce, negli anni Novanta inizia la stagione degli scioperi: dipendenti pubblici e studenti uniti nell’attribuire le colpe della crisi allo Stato. «Per arrivare al 2000 – spiega ancora Desiré Koukoui – quando la crisi perdurante e la guerra hanno dato la mazzata finale: hanno chiuso molte società che erano ancora in mano ai francesi, se ne sono andati tutti e non c’è stato più lavoro». Gli ivoriani la terra non la coltivano quasi più, nonostante il clima consentirebbe loro di superare di gran lunga le produzioni dei paesi loro vicini.
Grand Bassam era la prima capitale dei coloni francesi. Rigogliosa, clima caldo umido, affacciata sull’oceano a una quarantina di chilometri da Abidjan, è una distesa verde. Quasi per nulla coltivata. «Un fatto culturale più che di risorse naturali – spiega Emiliano Cottini, responsabile del progetto Communauté Abel del Gruppo Abele di Grand Bassam −: gli ivoriani, oggi, considerano quello nei campi un lavoro da immigrati, la frutta e la verdura costano care nei mercati poiché trasportate da molto lontano, alcuni prodotti vengono importati dal Burkina Faso e dal Mali, il riso dalla Thailandia e dall’India, nonostante le condizioni del territorio permettano di avere prodotti freschi tutto l’anno, senza dover fare alcuna rotazione». I campi di Grand Bassam sono venuti a coltivarli davvero gli immigrati, africani e adesso anche molti asiatici. Comprano appezzamenti di terreno, assumono braccianti disposti a lavorare per poche lire, piantano manioca e frutta, raccolgono tutto l’anno e rivendono nella rete dei mercati locali. E ogni tanto tornano a casa a portare un po’ di soldi alla famiglia. E mentre gli immigrati dai paesi confinanti sognano la Costa d’Avorio per costruirsi un futuro, gli ivoriani sognano l’Europa. Soprattutto i più giovani. «I ragazzi hanno il mito dell’Europa – spiega Alessandro Rabbiosi, fiorentino, da tre anni responsabile a Grand Bassam di Terres des hommes – ma in pochi ce la fanno e questo alimenta le fantasie degli adolescenti che cercano di imitare gli europei nel modo di vestire. Hanno tutti il mito degli abiti firmati e del cellulare e, pur di averli, piuttosto non mangiano».
Quando c’era la scuola. La crescita agricola, fino agli anni Ottanta, corrispose al boom di alfabetizzazione: si arrivò al 60%, il doppio rispetto alla media africana dell’epoca. Poi è iniziata la discesa. «Fino all’85 – spiega ancora Koukoui – c’erano politiche per i minori, i mezzi non mancavano, le scuole funzionavano bene e gli insegnanti, molti dei quali francesi, avevano un buon stipendio. Con la crisi economica del ’90 gli stipendi furono abbassati, i professori scioperarono a oltranza, le scuole rimasero chiuse per un anno». Nacque lì il fenomeno delle scuole private: chi aveva i mezzi studiava, tutti gli altri no. Quello è stato il punto di non ritorno della formazione scolastica. A guidare la protesta, in quegli anni, fu proprio l’attuale presidente Gbagbo, all’epoca leader degli studenti (anche se già adulto e professore), che una volta arrivato al potere ha strappato dal mondo dell’istruzione le sue persone di fiducia e le ha messe in politica. «E gli studenti – continua Koukoui – per questa cosa lo sostengono e pensano che una volta finiti gli studi sia loro tutto dovuto, che un posto di lavoro nel pubblico alla fine lo troveranno». Non è più così: fino a qualche anno fa chi dopo l’università faceva le scuole di alta formazione per magistrati, giudici, statisti era sicuro di lavorare subito, invece adesso lo Stato fa i concorsi per pochi posti disponibili.
E visto che studiare non conta più, c’è chi la laurea se la compra e la usa solo come documento da presentare per entrare a lavorare negli uffici pubblici. Lo sanno tutti, studenti compresi. Partecipare a uno dei (rarissimi) dibattiti che vengono organizzati nei licei di Grand Bassam, durante i quali studenti, professori e inviati del ministero si confrontano sulla qualità della scuola e della vita degli adolescenti, è il modo migliore per capire come funziona il sistema scolastico. «I professori – dice il rappresentante degli studenti del liceo di Grand Bassam – ci dicono che insegnano da noi perché non hanno trovato niente di meglio con la disoccupazione. E poi perché dovremmo fare tanta fatica se quelli che fanno l’università sono messi peggio di noi?». Poi, durante il dibattito, esce un quadro della scuola come di un mondo in cui, in piccolo, si riproducono le stesse dinamiche della corruzione che governa il Paese. È un altro studente, all’ultimo anno, a prendere la parola e ad attaccare duramente i docenti: «I professori – racconta − vendono le dispense con le loro lezioni e ho degli amici che hanno dovuto smettere di venire a scuola perché non avevano abbastanza soldi per comprarle. Per non parlare dei corsi di recupero del pomeriggio: sono a pagamento e li fanno gli stessi professori che fanno lezione la mattina. Chi non li fa, ovviamente, viene preso di mira».
Il culto del denaro. Funziona così. A tutti i livelli. Bisogna pagare e si ha un po’ più di fortuna degli altri. Gli stessi ivoriani lo riconoscono come vizio nazionale. Qualcuno ci fa addirittura della satira. Come «Gbich!», un vero e proprio fenomeno editoriale: settimanale umoristico a fumetti, completamente autofinanziato con la pubblicità, una tiratura di 20mila copie. Non risparmia nessuno: politici, personaggi pubblici e popolazione. Tagliente, ma non volgare, «Gbich!» stuzzica anche i piani alti dello Stato senza mai passare la soglia che lo costringerebbe a chiudere. La redazione è in un piccolo edificio su due piani ad Abidjan, in un quartiere popolare: il piano sopra per i redattori e i disegnatori, il piano sotto per gli impaginatori e i tipografi. Il direttore e fondatore, Lassane Zohoré, non ha paura di dire quello che pensa del paese. E lo fa senza usare mezzi termini: «In Costa d’Avorio – dice – ormai non funziona niente, ma quando si tratta di dividersi i quattrini tra i ribelli del Nord e chi ha il potere al Sud tutto va bene. Dopo le elezioni, chiunque diventerà presidente, ci vuole una bella campagna di coesione sociale. La gente fa quel che vuole, la polizia non fa niente, nessuno sanziona nessuno. E se qualcuno cerca di fare qualcosa di buono chi gli va in aiuto lo fa solo per avere un ritorno personale. Se la corruzione arriva fino alle porte della presidenza come si fa a cambiare le cose? Se il taxista poverissimo subisce il racket del poliziotto che ha già il suo stipendio, come si può pretendere che poi ai livelli più bassi non si comportino tutti allo stesso modo?».
La crisi ha esasperato senz’altro la situazione, racconta Zohoré, ma «quello della richiesta di soldi per tutto – spiega – è un malcostume della popolazione: tutti quelli che hanno una responsabilità hanno mangiato approfittando del loro ruolo e sono rimasti impuniti. Chi non fa lo stesso, pur avendone la posizione, in Costa d’Avorio viene considerato un pazzo». Nel suo giornale Zohoré racconta tutto questo, ma lo fa con i guanti di velluto per ovvie ragioni di sopravvivenza: «C’è una commissione di controllo della stampa – spiega – che monitora quello che si fa: ogni tanto ci arrivano degli avvertimenti e per non rischiare la chiusura ci autocensuriamo un po’, ma non troppo: la gente ci vuole bene, ci compra, e la nostra massima espansione l’abbiamo avuta proprio nel ’99, nel periodo del colpo di Stato militare di Bédié. Se ci mettessero a tacere sarebbe uno scandalo nazionale».
Class action all’africana. Senso civile. Chi lavora in Costa d’Avorio da molti anni nella cooperazione internazionale sostiene che agli ivoriani manchi soprattutto la leva per risollevarsi e liberarsi dalla corruzione dilagante. Dovrebbero essere consapevoli dei propri diritti per poi rivendicarli. Un processo lungo, si realizzerà con il contagocce. Ma qualcosa ogni tanto succede. Il caso della Probo-Koala, nave dell’azienda petrolifera olandese Trafigura, che nel 2006 scaricò in diciotto siti diversi nelle acque di Abidjan 528 tonnellate di rifiuti tossici, è nota a livello internazionale. Morirono subito 16 persone e centinaia di migliaia sono state successivamente contaminate dai liquami. La Bbc e «The Guardian», venuti in possesso di dati sconcertanti, ultimamente hanno fatto riaprire il caso. Il governo ivoriano, invece, il caso lo chiuse a modo suo: rinunciò a qualsiasi azione legale nei confronti della società britannica in cambio di 152 milioni di euro. Forse aveva qualcosa da nascondere: la società di logistica che prese in carico la nave in porto era stata creata solo quindici giorni prima e intestata alla moglie del presidente Gbagbo. Dopo il fatto la società fu subito chiusa ed è su quella che la Trafigura ora vuole scaricare tutte le colpe di quel che accadde tre anni fa. Ma adesso 31mila cittadini ivoriani hanno deciso di unirsi in una causa collettiva e di fare guerra all’azienda britannica. Li rappresenterà in questa memorabile class action uno studio inglese che a ottobre porterà la Trafigura in tribunale e che accusa anche gli avvocati dell’azienda petrolifera di aver cercato di convincere alcuni testimoni chiave a non presentarsi al processo o a cambiare la propria deposizione. La corte londinese ha già ingiunto ai difensori di non contattare più in alcun modo i ricorrenti. Ma la partita si giocherà tutta in tribunale fra qualche mese. E la Costa d’Avorio, chissà, potrebbe ripartire proprio dalla determinazione di questi suoi 31mila cittadini. Che con questo processo vanno in qualche modo contro al mondo occidentale e contro al proprio governo che quel disastro ambientale non solo non lo evitò ma lo mise a tacere. Sempre per una questione di soldi. Non certo per il bene del paese. Potrebbe essere una prima goccia di senso civico nel mare (intossicato) di Abidjan.














