E i boss si scoprirono ambientalisti

10 mar 2009 | Categoria: archivio articoli, articoli

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art1_03_2009Il business dell’energia pulita fa gola a Cosa nostra. Ecco come l’operazione “Eolo” ha svelato la rete di connivenze con imprenditori, burocrati e politici. Alleanze che hanno permesso ai clan del trapanese di mettere le mani sugli appalti per la costruzione di un parco eolico di 40mila metri quadrati

Una mafia, quella trapanese, fatta da “ministri”. C’è quello dei lavori pubblici, Rosario Cascio, imprenditore di Partanna, che ha subito un sequestro da 400 milioni di euro. Quello del commercio, Giuseppe Grigoli, “re” della grande distribuzione, spossessato di beni per 700 milioni di euro. In passato c’è stata una serie di sottosegretari e portaborse, consulenti di varie specie, tutti sempre a muoversi attorno al capo di questo governo, Matteo Messina Denaro, erede del campiere Francesco Messina Denaro. In ultimo si è individuato il ministro dell’Industria con specializzazione nella gestione delle fonti energetiche, Melchiorre Saladino. Imprenditore di Salemi, che è stato  anche un po’ ministro dell’Ambiente. Come è successo per tutti gli altri “ministri”, il nome di Saladino salta fuori da un’indagine antimafia, l’operazione “Eolo”, quella che a metà febbraio ha fatto scoprire le commistioni tra mafiosi, politici e imprenditori nel business degli impianti eolici.

Meno bombe, più mazzette. Si racconta ancora che da queste parti, in Sicilia occidentale, la mafia non sia più potente come prima. Non è così. Gestisce gli appalti e coordina una serie di interventi, cura gli investimenti, manovra fonti di finanziamento pubblico e indirizza il potere politico e amministrativo. Persino dal carcere, come ha fatto un altro “plenipotenziario” di questo governo di Cosa nostra trapanese, l’imprenditore valdericino Tommaso Coppola, che dalla cella teneva le fila di un’enorme una truffa allo Stato e alla Regione, per ottenere soldi pubblici per le proprie aziende attraverso i patti territoriali e la legge 488. Ma questa è un’altra storia. Quella di cui parliamo ora è una mafia che si scopre ambientalista, preoccupata per noi tutti per le emissioni in atmosfera causate dalle centrali di produzione di energia elettrica, secondo la sottile strategia di ottenere consensi preziosi per la sua sopravvivenza. Una mafia ecologica, verde ma mai al verde, sempre sanguinaria e spietata. Ha solo cambiato abbigliamenti e modi di fare. Niente più coppole e lupare, ma grisaglie e borse in pelle con dentro le moderne armi di persuasione: bustarelle per centinaia di migliaia di euro. Una mafia che si misura con la corruzione e l’accaparramento di fondi pubblici per milioni di euro.
È proprio da una maxi tangentopoli che, in provincia di Trapani, su una vasta porzione di territorio di oltre 40mila metri quadri, in contrada Aquilotta, alle porte di Mazara del Vallo, è nato un parco eolico. La “regia”, si è scoperto, è stata di Cosa nostra, grazie a quelle intercettazioni il cui utilizzo qualcuno vorrebbe limitare. Al centro dell’affare un paio di imprenditori: un insospettabile  trentino, Gigi Franzinelli, che avrebbe foraggiato una ricca tangentopoli con la mediazione di Vito Martino, politico mazarese, capogruppo e assessore di Forza Italia; e, a tenere le fila, quel Melchiorre Saladino di Salemi, per il quale l’energia eolica era diventata l’interesse primario. Un ministro che sedeva ai summit in nome e per conto di Matteo Messina Denaro. Saladino, tra i politici in agenda, aveva anche quel suo concittadino, Pino Giammarinaro, capo degli andreottiani e assolto dalle accuse di mafia quando era deputato regionale e  che continua a navigare nelle acque torbide della politica. Otto arresti, un nuovo affare della mafia trapanese che è emerso da una indagine coordinata dalla Dda di Palermo e condotta da polizia e carabinieri. Riguarda gli impianti eolici e le commistioni tra mafiosi, politici, burocrati e imprenditori, non solo siciliani, ma anche del nord d’Italia. Una sorta di joint venture in chiave mafiosa. Tutto è cominciato nel 2003. Il parco ora è stato costruito, in contrada Aquilotta di Mazara, ma a prezzo di mazzette pagate tra i 30mila ed i 150mila euro con il solito sovvertimento del mercato. Questa è l’holding mafiosa della provincia di Trapani e del latitante Matteo Messina Denaro.

La compagnia delle pale. «Un palo a Mazara non si alza se non lo voglio io», diceva Matteo Tamburello alla moglie, non sapendo di essere intercettato. Tamburello, mafioso di Mazara del Vallo dagli «illustri» ascendenti, è l’erede di “don” Saro, suo padre. Una frase apparentemente poco chiara, che fece insospettire gli investigatori e diede input all’inchiesta sugli interessi di Cosa nostra nella realizzazione dei parchi eolici nel trapanese. Presto, infatti, carabinieri e polizia capirono che il «palo» era la «pala eolica» e che, dietro al business dell’energia alternativa, si era costituita un sodalizio tra imprenditori, cosche e politici. Cosa nostra si dimostra essere al passo coi tempi e riesce a fiutare tempestivamente come e dove far soldi. Per realizzare i suoi scopi, in questo caso, come in altri, non esitò a tessere alleanze con la politica: Vito Martino, consigliere comunale, in cambio di denaro avrebbe in tutti i modi favorito la Sud Wind riconducibile all’imprenditore trentino Luigi Franzinelli, nell’assegnazione della convenzione per la realizzazione del parco eolico. Ma la mafia, oltre a scendere in campo direttamente con i suoi principali esponenti, come Tamburello, che diede una sorta di imprimatur all’affare, usò imprese ad essa collegate. Una tattica, quella di inserirsi direttamente nei settori economici con propri uomini, spesso «puliti», tipica di Cosa nostra. In questo caso il referente nell’imprenditoria della famiglia, legata al superlatitante Matteo Messina Denaro, fu il salemitano Melchiorre Saladino, che si impegnò a garantire al boss le somme che gli imprenditori solitamente elargiscono alle cosche per potere realizzare i lavori nei territori da loro controllati. Tamburello, dal canto suo, assicurò alle ditte che tutto sarebbe andato avanti con la «protezione» mafiosa. Ma l’accordo prevedeva altro: Saladino avrebbe sovrainteso alla gestione dell’affare e Martino si sarebbe impegnato ad aggirare tutte le lungaggini e gli intoppi burocratici che avrebbero potuto ostacolare il progetto. Naturalmente in cambio di una tangente: 150mila euro da versare in due tranche, ma anche una fiammante Mercedes. A monte, però, c’era la scelta dell’impresa da favorire tra le tante che avrebbero voluto farsi avanti per la realizzazione degli impianti. Questa decisione scaturì da un apposito summit di mafia, e cadde sulla Sud Wind, appoggiata dal mafioso Giovan Battista Agate, fratello del boss detenuto Mariano Agate, e da Antonino Cuttone, socio di un’impresa di calcestruzzi, sorvegliato speciale, legato a filo doppio con gli Agate.

Organigramma della rete.
“Vituzzu” e “Minzione”. Vito e Melchiorre. Sono i personaggi centrali di questa storia. Vito Martino, che intercettato dagli investigatori della Squadra mobile, si scopre farsi in quattro perché l’affare eolico vada in porto. Lo fa quasi alla luce del sole. Come mediatore sopraffino si accredita agli occhi del sindaco di Mazara, Giorgio Macaddino. I due non sono della stessa parte politica ma dialogano bene. Martino aggiusta le cose, indirizza il sindaco sul da farsi sfruttando un paio di funzionari pubblici. Le cose a Vito Martino vanno tanto bene che si interessa sempre più di eolico e di impianti da realizzare in altre zone del trapanese. Melchiorre Saladino è un soggetto di quelli che farebbero parte, secondo l’inchiesta, della cosidetta “area grigia” nellaquale Cosa nostra attinge complicità e disponibilità. Per conto della mafia voleva addirittura organizzare una «stamperia di soldi falsi». Saladino è di Salemi e nella sua città gode di ottimi rapporti, uno di questi è col mafioso Paolo Rabito, nome ricorrente nelle indagini che riguardano Salemi dai tempi degli esattori Salvo. Il suo nome si trova anche agli atti del processo contro il senatore a vita Giulio Andreotti. È uno “ntiso” (“accorto”, ndr) Rabito, e Saladino con lui parla dei suoi affari, per il “rispetto” che gli deve.
Altro personaggio chiave è l’imprenditore Luigi Franzinelli, è socio della «Sud Wind srl» che ha presentato nel trapanese progetti per la realizzazione di parchi eolici e per questi impianti, secondo l’accusa, avrebbe versato somme di denaro e «regalato» automobili a politici e impiegati comunali. Franzinelli ricopre cariche in diverse società. È presidente della Commissione dell’azienda municipalizzata dei servizi energetici del comune di Riva Del Garda, che si occupa della produzione, trasporto, distribuzione e commercio di energia elettrica. È presidente del «Consorzio Bardonetto» e amministratore unico della «Energetica monti alburni piacentini», della «Eolo Lazio srl», «Eolo Murge srl», della «Esseolica srl», della «Gioia Tower Corporation Srl» e della «Sardeolica Srl». Tra gli arrestati, l’ex responsabile dello sportello per le attività produttive del Comune di Mazara, Baldassare Campana, e l’ex capo dell’ufficio tecnico dello stesso comune, l’architetto Pino Sucameli, quest’ultimo in carcere già da tempo per mafia e appalti pilotati. Sucameli è un uomo d’onore, ammesso alla tavola del potente capo cosca Mariano Agate già quando Totò Riina trascorreva la latitanza a Mazara. Un affare, quello dell’eolico, in cui si trova la vecchia mafia, quella che ha cambiato pelle, quella degli Agate per l’appunto, che con le società imprenditoriali ha avuto sempre grande affinità. Come decenni addietro venne dimostrato dallʼorganizzione a Mazara di una società, la “Stella d’Oriente” che, dietro un’attività di import-export, celava gli intrecci tra mafia corleonese e massoneria.

La frontiera delle amministrazioni comunali. Il contenuto dell’indagine condotta dagli inquirenti, dalla squadra diretta dal vice questore Giuseppe Linares e dal capitano Antonello Parasiliti, svela, per come emerge dall’ordinanza firmata dal gip Antonella Consiglio, uno delle cause per cui d’improvviso, negli ultimi anni, il ricorso all’installazione di impianti eolici ha fatto un considerevole passo  avanti in provincia di Trapani. «Cosa nostra cerca sempre appoggi nella pubblica amministrazione – dice il procuratore aggiunto della Dda di Palermo Ignazio De Francisci –. La prima frontiera della lotta alla mafia è l’azione sulle amministrazioni comunali. Cosa nostra compie la sua scalata al potere dal basso. Quanto scoperto dagli investigatori conferma che dove c’è business, lì c’è la mafia. Nel progetto di realizzazione del parco eolico era necessario un diretto contatto col territorio e, in questo senso, Cosa nostra nel trapanese si muove benissimo».
«C’è stato (e forse non è del tutto dissolto, nda) un patto occulto tra Cosa nostra trapanese e alcuni imprenditori nel settore dell’energia eolica – commenta il vice questore e capo della squadra Mobile Giuseppe Linares –. C’era un vero e proprio accordo di corruttela tra imprenditori, politici e funzionari comunali di Mazara del Vallo. Cosa nostra preferisce l’approccio con le imprese al racket delle estorsioni. Negli anni abbiamo potuto verificare delle infiltrazioni mafiose nei settori produttivi. Cosa nostra è sempre attenta a valutare le nuove evoluzioni del settore imprenditoriale e a cogliere la moda del momento che, nel caso specifico, è quella dell’energia eolica».

Imprenditori a disposizione.
Cosa nostra continua dunque a cercare appoggi dentro la pubblica amministrazione, e a ottenerli.  «È il modello di Cosa nostra trapanese – sottolinea ancora il capo della mobile Giuseppe Linares – capace così di infiltrarsi nei settori produttivi, attraverso la costituzione di società affidate a persone non legate alle cosche che partecipano direttamente agli affari. Matteo Messina Denaro ha una filiera di imprenditori a disposizione. Non è vero che abbiamo dinanzi una mafia al tappeto. A Trapani la mafia sta attenta al senso comune e non vuole diventare impopolare. Non è come a Palermo, dove chiede il pizzo anche a chi è in difficoltà. A Trapani non fanno pagare il pizzo, i mafiosi fanno da volano, sono catalizzatori di alcuni settori produttivi.  Ma l’onesto Nord – sottolinea ancora Linares – non può dire che la mafia è solo in Sicilia. C’è un imprenditore (spiega riferendosi a Franzinelli) che ha preso 150mila euro e li ha messi in tasca dell’assessore Martino». E aggiunge: «Questo è un  duro colpo dato a Messina Denaro, che fa seguito ad altre indagini andata in porto. Nelle nostre inchieste abbiamo scoperto che la mafia ha fatto un passo indietro da attività criminose punite severamente, come il traffico di droga, per occuparsi di appalti, truffe e corruzione, reati sanzionati con pene molto più miti». Esempi? Un subappalto illegale oggi scoperto comporta una condanna al pagamento di una ammenda e nemmeno un giorno di carcere.

Rino Giacalone

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