Chi non vede la mafia alzi la mano

30 dic 2008 | Categoria: archivio articoli, articoli

Store

€2

Questo numero della rivisita è disponibile per il download singolo o in abbonamento. Per acquistarlo è necessario essere registrati allo store. Accedi o registra un nuovo account!

 

In Lombardia la mafia ha ricominciato a sparare. Negli ultimi mesi si sono verificati almeno tre omicidi riconducibili alla ’ndrangheta.  Quello di Rocco Cristello a marzo, di Carmelo Novella a luglio, di Cataldo Aloisio a settembre. Tutti e tre legati al mondo dell’edilizia. Gli inquirenti ipotizzano una violenta riorganizzazione dei clan sul territorio. «Gli omicidi e i tentati omicidi che stanno avvenendo in Lombardia, all’interno del mondo della criminalità organizzata, segnalano che nella regione è in corso una vera e propria guerra di mafia», ci ha spiegato Vincenzo Macrì, Sostituto procuratore nazionale antimafia. All’orizzonte gli appetitosi appalti lombardi, dall’alta velocità alla prossima Expo 2015. 
Ogni proiettile sparato a bruciapelo ha inferto un colpo mortale al tabù di una regione in cui le mafie sarebbero dedite prevalentemente al riciclaggio. Oggi nessuno può più dire che in Lombardia la mafia sia invisibile. Non è invisibile la sua violenza, né i suoi affari, né i suoi rapporti con la politica, come dimostrano alcune recenti inchieste. Tanto meno sono invisibili i suoi patrimoni: i più di settecento beni confiscati che collocano la Lombardia al quarto posto nella classifica nazionale, dopo Sicilia, Campania e Calabria. È vero esattamente il contrario, ma si preferisce non parlarne, essenzialmente per paura di compromettere il buon nome di una regione prospera e laboriosa.
È una vecchia storia, quella di negare la malattia per evitare di mettere in ombra quanto c’è di sano. La storia paradossale di chi da una parte non vuole affrontare il problema ritenendolo di poco rilievo e dall’altra, intenzionalmente, trascura o censura i segnali di segno opposto. L’ex senatore Carlo Smuraglia ricorda che la relazione sulle infiltrazioni mafiose al nord, approvata nel 1994 dalla commissione antimafia presieduta da Luciano Violante, l’unico organico lavoro parlamentare sull’argomento, faticò a lungo prima di trovare un editore e alla fine venne pubblicata da una casa editrice calabrese, la Rubbettino.
Ci sono stati anni – la legislatura 2001-2006 ad esempio – durante i quali la commissione non riuscì neppure ad andarci, in Lombardia: «Andammo a Rimini, a Genova, a Torino, ma nonostante le richieste, non riuscimmo a venire a Milano – ricorda Nando dalla Chiesa –. Durante il governo più lombardo della nostra storia, le resistenze alla missione furono insuperabili, perché l’arrivo della commissione comporta comunque un impatto mediatico che segnala la presenza della mafia». Sorte ancora peggiore toccò al Comitato anticorruzione e antimafia istituito dal comune di Milano nel 1990, presieduto da Smuraglia, i cui interessanti risultati non vennero mai pubblicati e anzi furono accolti da alcuni amministratori con reazioni indignate. Ci fu chi li definì una “coltellata nella schiena”.
Il 21 novembre scorso c’è stato un quarto omicidio a Lecco, su cui si sta ancora indagando. È stato ucciso Francesco Poerio, considerato vicino allo storico clan calabrese dei Coco Trovato. Un omicidio dal movente ancora oscuro, che ha comunque consentito a Lorenzo Bodega, ex sindaco della città e oggi deputato della Lega nord, di ribadire ciò che molti amministratori lombardi vanno in questi giorni ripetendo: «questa non è Gomorra e il tessuto economico è sano», «l’insicurezza nasce non da crimini mafiosi ma dalla criminalità», «stiamo pagando gli errori degli anni passati, quando nelle nostre terre vennero inviati in soggiorno obbligato pezzi grossi della criminalità organizzata». 
Sta qui il cuore ideologico della questione. L’idea che il fenomeno mafioso al nord sia limitato da un’innata diversità padana, lontana da certi appetiti. Peccato che la storia racconti ben altro. Ultimo, piccolissimo esempio, di quanto il denaro possa corrompere anche l’irreprensibile regione settentrionale, sono le discariche abusive di Desio, comune di quarantamila abitanti a nord di Milano, dove la polizia provinciale ha recentemente scoperto un andirivieni di camion dei clan calabresi, che lì smaltivano montagne di rifiuti tossici per conto di imprenditori bergamaschi. (vedi articolo p. 31, ndr.
Un territorio corruttibile dunque, ma anche impaurito, e non solo dalla microcriminalità. Nel settore edile serpeggia da tempo una certa apprensione, poiché le piccole imprese locali hanno difficoltà a confrontarsi con la miriade di imprese meridionali che le stanno progressivamente soppiantando, accaparrandosi gran parte dei piccoli e grandi appalti, e creando regimi di quasi monopolio. Una realtà confermata anche dal procuratore Macrì: «I piccoli imprenditori sono preoccupati, ma non parlano. Anche in Lombardia c’è paura».
Vorrà pur dire qualcosa se, sempre a Desio, lo scorso primo dicembre, durante un incontro su legalità e territorio organizzato dalla locale sezione del Pd, nessuno dal pubblico riusciva a prendere la parola. In molti avrebbero avuto qualcosa da dire, eppure le denunce sono morte in gola, finché un sindacalista della Cgil non ha deciso di rompere il silenzio. Nel cuore della ridente Lombardia l’uomo ha spiegato quanto sia difficile fare i nomi, quale sia la paura delle cause civili – capaci di mandarti sul lastrico – e delle intimidazioni, perché «sappiamo tutti che dei clan gravitano intorno a Desio». 
Il problema esiste, dunque. E non è affatto impalpabile: lo stesso ministro dell’Interno Roberto Maroni, in visita a Varese lo scorso 24 novembre, non ha potuto fare a meno di ricordare che anche in quella provincia «ci sono infiltrazioni della criminalità organizzata». Eppure pochi giorni dopo, illustrando il nuovo patto per la sicurezza siglato con i sindaci del territorio, ha ribadito di aver previsto un incremento di uomini e mezzi soprattutto «per contrastare la microcriminalità».   
Intanto a Milano, in consiglio comunale, maggioranza e opposizione si danno battaglia per la creazione di una commissione d’inchiesta sugli interessi mafiosi attivi nel territorio cittadino. E ripropongono l’annoso dibattito sull’utilità o meno di tale strumento per il contrasto alla criminalità organizzata. 
Ma mentre a Palazzo Marino si dibatte sulla legittimità di una commissione antimafia, accusata di non avere adeguati poteri e di essere, in definitiva, inefficace e inutile, la città tutta rinuncia alla possibilità di fare un salto di qualità nella conoscenza del fenomeno, proprio nel momento in cui i grandi appalti, la crisi economica, e il radicarsi della criminalità organizzata straniera, dipingono uno scenario ancora più sfuggente e potenzialmente pericoloso. 
La commissione potrebbe infatti monitorare, a solo titolo di esempio, tutto il sistema di autorizzazioni e concessioni che sottostanno alla compravendita di esercizi pubblici, uno dei grandi business delle mafie. Del resto che iniziative del genere non siano affatto peregrine è stato provato più volte, non da ultimo dalla commissione d’inchiesta sulla corruzione nel commercio del comune di Milano istituita nel 1995, il cui lavoro di routine consentì di scoprire che la famiglia ’ndranghetista dei Morabito, attraverso una pratica irregolare, gestiva un bar della Galleria di Milano, in locali di proprietà comunale. 
La commissione potrebbe inoltre passare al vaglio tutte le pratiche del variegato mondo di appalti e subappalti. Lo stesso Roberto Predolin (An), presidente della Sogemi, ascoltato in merito ai recenti fatti dell’ortomercato milanese, ha invitato i colleghi del comune a occuparsi del “metrocubo mafioso”. 
La delibera per l’istituzione della commissione antimafia verrà riproposta in consiglio il prossimo gennaio, ma l’opposizione non è ottimista sul risultato della votazione. Pierfrancesco Majorino, capogruppo del Pd, promotore dell’iniziativa, ha annunciato che di fronte a una nuova bocciatura il loro gruppo procederebbe in modo autonomo, istituendo un comitato civico che assolva a funzioni quantomeno informative. Un’esigenza che risponde alle crescenti richieste dal basso: «La stampa locale si sta occupando di mafia  più di prima, ci sono delle inchieste in corso e si sta formando un movimento d’opinione ampio e per certi versi inedito – racconta dalla Chiesa – c’è una voglia di conoscere che non è episodica e che costringe la politica a confrontarsi su questi temi». Secondo dalla Chiesa, la richiesta stessa di istituire una commissione antimafia nel comune di Milano in altri periodi si sarebbe chiusa più in fretta e definitivamente. Oggi il dibattito è ancora aperto, e di fronte al rifiuto della maggioranza è iniziata il 4 dicembre una raccolta di firme. E c’è voglia di firmare, ci raccontano. 
Segno che oggi, anche al nord,  la mafia è visibile e fa paura più di quanto qualcuno vorrebbe farci credere.

di Elena Ciccarello


Tags: , , , , , , , , , ,

Lascia un commento