Milano, dove si nasconde la mafia

12 dic 2008 | Categoria: archivio articoli, articoli

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I processi di negazione dell’esistenza di un forte problema mafioso a Milano e dintorni non tengono conto di una lunga e grave serie di fatti verificatisi sul territorio. Memorandum per chi si ostina a dire che “a Milano la mafia non esiste”
Quando qualcuno dice che la mafia a Milano c’è, che a Milano ci sono contatti tra affari, criminalità e politica, la risposta è sempre «non strumentalizziamo, non usiamo questi temi per fini politici».
Nella storia della città il «non strumentalizziamo», il «non parliamo», il «non diciamo che a Milano la mafia c’è» risale agli anni Ottanta. Perché prima non se ne parlava neanche, non ci si poneva neanche il problema. Il sindaco Pillitteri (in carica dal 1986 al 1992, ndr.) diceva che la mafia a Milano non c’era quando Cosa nostra già vi aveva impiantato una base e mandato i suoi ambasciatori. A Milano andava spesso Stefano Bontate, l’allora capo di Cosa nostra, era sovente di passaggio Tommaso Buscetta, vi vivevano Luciano Liggio (che fu arrestato in via Ripamonti), Gerlando Alberti, Tanino Fidanzati.
In Lombardia tra il ’74 e l’83 ci furono ben 103 sequestri di persona, tra quelli organizzati dai siciliani di Cosa nostra e quelli dei calabresi della ’ndrangheta.
Negli stessi anni qui ci furono imponenti insediamenti di ’ndrangheta, soprattutto nei paesi dell’hinterland. Ci sono stati anni in cui si sono registrati più morti ammazzati a Milano che a Palermo, eppure a Milano «la mafia non esisteva».

La piccola banca dei mafiosi. Negli anni Novanta in città ci sono stati dieci maxiprocessi. Processi, cioè, fatti nell’aula bunker, con centinaia di imputati e che si sono conclusi con centinaia di condanne e di ergastoli per le famiglie criminali, soprattutto di ’ndrangheta, insediate a Milano, nell’hinterland, in Lombardia.
A Milano avevano sede uffici e attività dei due più grandi banchieri privati della storia italiana, Michele Sindona, con la sua Banca Privata Italiana, e Roberto Calvi, del Banco Ambrosiano. Entrambi sono stati accusati di riciclare il denaro di Cosa nostra, quello proveniente dal “Big Bang dell’eroina”. Cosa nostra era diventata, tra gli anni Settanta e Ottanta, monopolista della trasformazione e del commercio dell’eroina, che passava attraverso la Sicilia per arrivare nel più ricco mercato del mondo di allora, gli Stati Uniti.
Intervistato da un giornalista americano che gli chiede: «Ma è vero che la sua è la banca della mafia?», Sindona risponde: «Ma no, la banca della mafia, lo sanno tutti, è una piccola banca che ha un solo sportello in piazza dei Mercanti».
In piazza dei Mercanti quella banca oggi non c’è più, ma allora aveva sede la Banca Rasini, dove lavorava il padre di Silvio Berlusconi. La Banca Rasini (che aveva tra i suoi clienti Pippo Calò, Totò Riina, Bernardo Provenzano, ndr.) fu la prima finanziatrice del promettente imprenditore milanese.
L’11 luglio 1979 venne ucciso, su mandato di Sindona, Giorgio Ambrosoli, il commissario liquidatore delle sue banche, che si rifiutò di sistemare le cose all’italiana e di far pagare ai contribuenti i costi dei crack di Sindona. Al suo funerale non partecipò nessuno della business community milanese. Il finanziere Marco Vitale denunciò quelle assenze sulla stampa.

Tecnicamente socio di Cosa nostra. Nella notte di San Valentino del 1983 vennero arrestati i cosiddetti “colletti bianchi” della mafia. I successivi processi non diedero risultati compiuti, ma già allora si capì che c’era una ben insediata commistione di affari criminali, colletti bianchi, riciclaggio e anche un parziale controllo del territorio di Milano. Qui aveva sede il palazzo in cui morì Raul Gardini, che veniva da Ravenna e che allora era al vertice della Ferruzzi, il primo gruppo industriale privato italiano. Gardini era tecnicamente socio di Cosa nostra perché la sua Calcestruzzi Spa di Ravenna aveva inglobato la Calcestruzzi Palermo Spa di Dino Buscemi e Giovanni Bini, ma a comandare la società che ne era risultata erano rimasti proprio questi ultimi, che rispondevano direttamente a Totò Riina.
Il gruppo Ferruzzi era diventato dunque prestanome di Cosa nostra.
Nella disattenzione generale, c’è qualche intellettuale milanese che rifletta su questa nostra storia recente?
Non si tratta di parlare della mafia in borsa – cosa che peraltro andrebbe fatta – che sembra un qualcosa di imprendibile. Qui si tratta di cose molto concrete. Nei paesi dell’hinterland milanese – lo testimoniano quei dieci maxiprocessi che sono stati fatti a Milano – c’erano interi quartieri dove veniva esercitato il controllo del territorio, nelle stesse modalità descritte da Saviano per certi quartieri di Napoli o della Campania. Ci sono paesi, aree di quartieri milanesi e dintorni, dove ragazzi con i motorini facevano da vedette per segnalare chiunque entrasse. Questa non è l’imprendibile mafia in borsa, ma una mafia tangibile, una mafia che ammazza, che spaccia eroina, che controlla il territorio.

L’orizzonte dell’Expo 2015. Ma parliamo di Marcello Dell’Utri. Condannato a nove anni in primo grado per concorso esterno con Cosa nostra (secondo la sentenza per il suo ruolo di collegamento tra Cosa nostra e Berlusconi), Dell’Utri a Milano vive e continua a svolgere la sua intensa attività culturale. La città sembra non essersi accorta della sua condanna, anche se, certo, è soltanto in primo grado.
Fior di intellettuali, di artisti, di attori, portano il loro contributo alla sua attività, tra cui Armando Torno, giornalista; Carlo Carena, filologo; Giancarlo Vigorelli, letterato; Tullio Gregori, filosofo. Sono andati ai suoi dibattiti Massimo Cacciari, Valerio Castronovo, Laura Curino, Gabriele Vacis, Michele Placido, Alberto Cadioli, Ugo Volli, Marta Morazzoni, Monica Guerritore.
Chi a un certo punto si è rifiutato è Carlo Rivolta, che per Marcello Dell’Utri ha viaggiato in tutta Italia per rappresentare l’Apologia di Socrate: quando si è accorto che l’Apologia non era di Socrate, ma di Dell’Utri, ha smesso di recitare.
Questo è il passato o il presente?
Guardiamo all’orizzonte dell’Expo 2015. Tra le ultime notizie, quella degli incontri tra Giovanni Cinque e Francesco Franconeri (due esponenti della cosca ’ndranghetista degli Arena), con Massimiliano Carioni, assessore di Somma Lombardo (eletto il 14 aprile 2008 con oltre 4mila voti) e poi consigliere provinciale (Fi) di Varese, e Paolo Galli (Fi), presidente dell’Aler, la società delle case popolari di Varese, e poi Vincenzo Giudice (Fi) consigliere comunale di Milano, presidente della Zincar, una società mista partecipata dal Comune di Milano. Interrogati, questi personaggi hanno detto: «Non sappiamo nulla». Ma questo Giovanni Cinque? «Sì l’abbiamo visto, veniva alle nostre cene elettoriali, è un nostro sostenitore». Vi portava voti? «Ma noi non ne sappiamo nulla». Non sanno nulla, eppure la politica la fanno, i voti li portano a casa. Recentemente ci sono stati tre omicidi tra Ferno e Lonate Pozzolo: tre calabresi che lavoravano nei cantieri edili sono stati ammazzati. Non molto tempo fa è stato arrestato Luigi Bossi, un funzionario dell’assessorato all’urbanistica di Gallarate. A Besnate, nei pressi di Varese, a luglio Domenico Tucci, 51 anni, capo dell’ufficio tecnico del Comune è stato accoltellato davanti al Municipio e si è trascinato, ferito, fin dentro l’ufficio dell’anagrafe, lasciando una scia di sangue sulle scale. Scene da Gomorra, ma questi non sanno niente.

A colloquio con il figlio del boss. Il 3 maggio 2007 c’è stato il noto blitz all’Ortomercato (vedi art. p. 28), è stato arrestato Salvatore Morabito, ed è stato coinvolto nelle indagini anche Alessandro Colucci, consigliere regionale di Forza Italia: gli ’ndranghetisti inquisiti nelle loro chiacchierate telefoniche dicevano di averne sostenuto l’elezione, organizzato cene, tra cui una avvenuta il 17 marzo 2005 al ristorante Gianat di via Lazzaro Papi. Colucci dice di non saperne nulla, ma quella cena c’è stata e gli inquirenti hanno le prove fotografiche.
Il 3 aprile 2008 un’operazione a Milano porta all’arresto di alcuni esponenti della camorra, nel gruppo di Vincenzo Guida: campani che operavano a Milano. Nelle indagini, con l’accusa di aver fatto da prestanome, è coinvolto Emilio Santomauro, di An, passato poi all’Udc, due volte consigliere comunale a Milano dal 1997 al 2006, presidente della commissione urbanistica di palazzo Marino e vicepresidente della Sogemi,la società comunale che gestisce l’Ortomercato. Poi l’hanno candidato al Senato, è stato uno dei primi eletti dell’Udc nel 2006. Nel 2000 subì un misterioso attentato: la sua gambizzazione avrebbe dovuto far pensare che le sue frequentazioni potessero essere un po’ complicate, invece nessuno ha visto né saputo niente. Nella stessa vicenda è coinvolto anche Francesco De Luca, oggi deputato per il Pdl. Nel 2006 è stato eletto in Forza Italia, nel 2008 è passato alla Dc di Rotondi. È stato indagato dalla procura di Milano per tentata corruzione in atti giudiziari: intercettazioni telefoniche hanno contribuito a costruire l’accusa che si sia interessato per addomesticare in Cassazione alcuni processi relativi ai camorristi del clan Guida. E ancora, il 26 giugno 2008, arresti a Quarto Oggiaro, sgominata una banda che faceva spaccio di cocaina, i cosiddetti “paletti”.
Il 10 giugno di questo stesso anno sono state arrestate le nuove leve del clan Papalia-Barbaro: il fatto è interessante perché ci troviamo di fronte alla seconda generazione. Salvatore e Rosario Barbaro, attivi nella zona di Buccinasco (la città che ha recentemente rifiutato la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano, ndr.), hanno studiato, non sono i vecchi criminali, i vecchi patriarchi, che certo ci sono ancora e continuano l’attività, ma lo fanno rincalzati da questi giovani che hanno uno stile diverso: apparentemente puliti, i giovani, proprio perché hanno studiato, fanno grossi affari, vincono appalti, hanno monopolizzato alcuni settori dell’edilizia. In questa indagine alcuni politici risultavano vittime, come l’ex sindaco di Buccinasco Maurizio Carbonera, che tentò di far diventare un locale confiscato al clan dei calabresi una pizzeria sociale, un luogo che visivamente facesse vedere che cosa si può fare, con un messaggio chiaro: qui c’era la ’ndrangheta, ora c’è l’antimafia. La giunta di centrodestra insediatasi nelle ultime elezioni ha bloccato il progetto. Loris Cereda (Fi), attuale sindaco, non prova imbarazzo nell’ammettere che riceveva in municipio il figlio del boss Domenico Barbaro.

Un segnale, almeno dagli imprenditori. E, per finire, 23 luglio 2008, di ritorno da un viaggio d’affari a New York, viene arrestato Antonio Piromalli, manager dell’Ortofrutta, accusato di essere uno dei protagonisti della faida tra i Piromalli e i Molè, in guerra per il controllo degli appalti nel porto di Gioia Tauro e dell’autostrada Salerno-Reggio. Anche lui aveva contatti eccellenti. Secondo alcune indagini i Piromalli, prima delle elezioni politiche, avevano avuto contatti e incontri con Marcello Dell’Utri, attraverso Aldo Miccichè, trasferitosi in Venezuela dopo aver collezionato in Italia condanne a 25 anni per truffa e bancarotta: chiedevano un alleggerimento del regime carcerario per il vecchio boss Giuseppe Piromalli, e anche un aiutino per il figlio Antonio, quello poi arrestato nel luglio scorso. L’aiutino poteva essere una funzione consolare, il rilascio di un passaporto diplomatico. Tra Dell’Utri e gli emissari di questo gruppo risulta che ci siano stati più incontri, nel dicembre 2007, a Milano e poi a Roma.
La politica sembra non dare molti segnali di attenzione. Finora ha rifiutato di creare una commissione di controllo sugli appalti dell’Expo: si spera che si svegli prima del 2015 e che si sveglino anche gli imprenditori. Abbiamo un’imprenditoria che in Sicilia ha dato segni di reazioni e di vigore nel contrasto al pizzo; non sarebbe male che anche a Milano, in Lombardia, al nord, dove l’imprenditoria dovrebbe essere in teoria più solida, più sana, più forte, anche culturalmente più attrezzata, si desse un pari segnale di attenzione. Visto che la mafia è anche qui.

di Gianni Barbacetto

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