Un debito di verità
30 set 2008 | Categoria: archivio articoli, articoliStore
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Come nella miglior tradizione dei delitti di mafia, ci sono voluti vent’anni per arrivare a dimostrare quanto aveva già denunciato all’indomani dell’omicidio di Mauro Rostagno chi lo conosceva: che quell’assassinio era, come minimo, un assassinio di mafia. Come minimo perché quello che per ora si sa, grazie a una nuova perizia balistica effettuata su indicazione del sostituto procuratore della Dda di Palermo Antonio Ingroia (da dieci anni titolare delle indagini, più volte costretto a richiederne l’archiviazione riuscendo però sempre ad ottenerne una proroga), è che l’arma usata il 26 settembre del 1988 è un’arma di Cosa nostra (vedi «Narcomafie» 4/08). Per quanto riguarda il movente non ci sono ancora certezze, tuttavia non sono pochi gli elementi che inducono a pensare che Rostagno avesse scoperto un grande traffico internazionale di armi, lo stesso forse in cui si imbatterono la giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. Questo scenario escluderebbe definitivamente le piste legate a Lotta Continua (secondo alcuni Rostagno avrebbe minacciato di rivelare i nomi degli assassini di Calabresi) e alla comunità Saman (la cosiddetta “pista interna”), per battere le quali non solo si è perso tempo prezioso per l’individuazione dei veri responsabili, ma si è seminato altro dolore nella già provata famiglia di Rostagno. Chicca Roveri ha pagato il prezzo più alto: dopo aver perso tragicamente il compagno della sua vita, è stata accusata di essere una Clitemnestra, amante dell’Egisto che avrebbe fatto fuori Rostagno, e per questo incarcerata nel 1996, e poi rilasciata. Ma oltre i danni, la beffa: non essendo sposata, Chicca faticherà anche a farsi riconoscere parte civile nell’eventuale processo che si spera di imminente apertura.
Signora Roveri, come vive questo ventennale, a seguito degli ultimi risvolti investigativi?
Non posso non constatare che i vent’anni passati dall’uccisione di Mauro hanno ormai largamente superato i 17 della nostra vita insieme. In questo anniversario provo sensazioni molto diverse. Sicuramente lo vivo con maggiore speranza, ma, in fondo, la speranza che qualcosa succedesse l’ho sempre avuta. Perché ho sempre immaginato che l’omicidio di Mauro fosse stato organizzato dall’alto, non ho pensato neanche per un istante che potesse essere una tragedia banale, e quindi ho sempre creduto che con il passare del tempo gli interessi delle persone che l’hanno organizzato sarebbero venuti meno, che loro stesse avrebbero avuto sempre meno potere e che quindi la verità sarebbe potuta emergere più facilmente.
Normalmente il tempo viene visto come un fattore a favore degli assassini…
Ma no, l’abbiamo visto in tanti delitti di mafia, la verità può emergere a grande distanza di tempo perché la situazione è meno calda e perché tanto quello che si voleva si è ottenuto. La figura di Mauro non è stata ricordata per vent’anni e non ha avuto un riconoscimento ufficiale come vittima di mafia. L’hanno ammazzato e hanno ottenuto il loro scopo: proteggere se stessi e i loro affari, e distruggere la sua figura, cosa peraltro neanche tanto difficile, vista la sua eccentricità. E per ora loro hanno vinto: a Trapani non si è indagato.
Che significato ha dunque questa sua speranza?
Chiaramente spero che emerga la verità per Mauro, perché gli sia riconosciuto che cosa ha fatto per una città come Trapani e non solo. Una verità che era palese il giorno dopo, se non la sera stessa dell’omicidio. E poi lo spero per me e per mia figlia (Maddalena, nda.), perché in questi anni abbiamo veramente patito molto, credo che ce lo meriteremmo. La verità è dovuta anche a noi, per chiudere quello che deve essere chiuso. Il primo dolore, quello per la morte di Mauro, quello certo non si può rimuovere e nessuno potrà mai cancellarlo, ma le altre ingiustizie sì, quelle devono essere chiuse, e sono tante.
Quindi è una speranza intrisa di tanta amarezza: in fondo ti ritrovi a essere felice per la possibilità che emerga la verità dopo vent’anni.
Lei aveva indicato immediatamente la pista mafiosa…
Ma sa, per quanto io non fossi un’esperta di mafia, a Trapani era così palese che non potesse succedere niente, tanto meno un omicidio, senza il benestare dall’alto… Era così esplicito quello che Mauro faceva, ed era sotto gli occhi di tutti quanto una parte di Trapani lo amasse per le cose che diceva, per quello che la sua televisione trasmetteva alla gente, non solo come notizie, ma come possibilità di fare qualcosa per il cambiamento. I funerali di Mauro, basta riguardare i filmati, sono stati per Trapani una delle più grandi manifestazioni di amore, in cui si è intravista la speranza di una reazione, di un rinnovamento. E invece niente.
Nessuno ha raccolto la sua eredità?
No, ma d’altra parte non era neanche facile, perché a parte il coraggio (che quello non appartiene a chiunque, e in quel periodo a Trapani pochi l’avevano) Mauro era proprio una persona speciale, non era facile entrare così in sintonia con le persone come riusciva lui, farsi capire pur essendo un torinese trapiantato. Lui aveva una capacità unica di comunicare e di conquistare la fiducia, di trasmettere entusiasmo e speranza.
Non era facilmente sostituibile, insomma, neanche con tutto l’impegno…
Ecco, sì, posto che poi neanche l’impegno c’è stato. Famosi giornalisti del Nord lanciarono alti proclami: “Ci impegniamo a venire una volta al mese per non chiudere i riflettori su Trapani”. Mai più visti, mai più sentiti… Mentre a livello nazionale non si è fatto assolutamente nulla neanche per ricordare la figura di Mauro: in fondo voleva dire mettere le mani in cose scomode e non poi così interessanti dal punto di vista del “ritorno in tasca”. Perché non era come a Palermo, dove comunque un minimo di tessuto civile c’era, c’era stata la primavera di Palermo… Trapani era proprio un posto dimenticato da Dio.
Lei aveva avuto la percezione della gravità del lavoro di Mauro?
Nell’aprile dell’anno in cui fu ucciso venni a sapere che aveva ricevuto delle minacce scritte e infatti andò dal magistrato a sporgere denuncia. Io mi spaventai terribilmente, lui mi rassicurò, e poi non mi disse più nulla. Io ho saputo solo dopo delle minacce verbali che avrebbe ricevuto, perché lui aveva preferito non tenermi al corrente vista la mia prima reazione.
Non avevo dunque la percezione della gravità della situazione. Perché anche se eravamo a Trapani e pienamente consapevoli dei poteri della città, comunque ci riusciva difficile immaginare che proprio tu potessi essere oggetto di una trama di quel livello. Era un pensiero totalmente estraneo a tutto quello che era la nostra vita, la nostra cultura, quello di immaginare che qualcuno a tavolino stesse pianificando la tua eliminazione. Non dimentichiamo poi che eravamo nel 1988, la mafia non si conosceva come la si conosce oggi.
Il linguaggio ironico che usava Rostagno la faceva credere al riparo da ritorsioni?
No, anzi, quella leggerezza così contrastante con la gravità di quanto Mauro andava a dire non faceva che accentuare il peso delle sue denunce, perché era a tratti uno sfottò, un modo totalmente irriverente di parlare di persone che invece il rispetto erano abituate ad averlo. E il suo modo di fare giornalismo appariva come una chiara dichiarazione: “Di te non mi interessa e non ho paura”, sembrava dire Mauro a ogni puntata. Quel linguaggio non poteva certo proteggerci.
Lei non ha mai avuto un dubbio sulla pista mafiosa…
Io posso dire che l’ultima volta che vidi Mauro, il lunedì alle due, mi disse: «Chicca, stanno succedendo delle cose terribili a Marsala». Il che significa: la politica e tutti gli scandali possibili e immaginabili. Quella era la sua professione, per che cosa potevano ammazzarlo? Non ho mai avuto dubbi. Io ho fatto subito delle dichiarazioni in cui mi scandalizzavo per il fatto che stessero indagando a 360 gradi: per me significava non voler arrivare alla verità.
Certo c’è stata una concomitanza di molti elementi: per come era Mauro, anzitutto… Lui era una persona scomoda, non solo non aveva una tradizione di uomo dello Stato, ma era un personaggio “sciolto” nel puro senso del termine: aveva fatto mille esperienze, da ognuna delle quali però a un certo punto era sempre uscito e dunque non era facilmente etichettabile, né particolarmente amato da nessuno, men che mai dal potere – giornalisti inclusi. Era insomma una persona mal giudicata. Se poi guardiamo da chi era circondato in quel periodo… Cardella in primis, ora disprezzato anche da me per aver affrontato in modo così amorale la vicenda, scappando all’estero al momento dell’arresto, anche se all’inizio avevo molta fiducia in lui, ma d’altra parte l’avevo conosciuto tramite Mauro… Ne risultava insomma una combriccola di persone che certo non attirava la prima pagina in senso positivo.
Eravate quindi ai margini non solo geografici…
L’ultima parte della vita di Mauro non la conosceva nessuno, sono tutti caduti dalle nuvole quando hanno saputo quello che stava facendo. Era già in isolamento prima di morire dal punto di vista della raccolta del riconoscimento che meritava. In più, appunto, eravamo a Trapani. È stato quindi facile dimenticarlo, e poi anche screditarlo, viste, come ho detto, le persone da cui era attorniato.
Il depistaggio c’è stato da subito. C’era chi indagava sulla mafia e chi si opponeva negando l’evidenza. Rino Germanà, capo della mobile, aveva da subito indicato la pista mafiosa molto banalmente ricostruendo lo scenario in cui la vita di Mauro si muoveva; poi c’era stato il famoso elettricista, uomo di Virga, ucciso mesi dopo, sul quale non si capisce se hanno indagato, se non hanno indagato, tirando fuori la salma. Quell’uomo aveva causato il black-out in località Lenzi la sera dell’omicidio. Invece niente, si è subito spostata l’attenzione su altro, Lotta Continua e l’omicidio Calabresi, la comunità Saman… E a gettare discredito c’è voluto proprio poco, ribadisco, per il personaggio che era Mauro, è stato facile giocare sulle insinuazioni.
E poi hanno continuato, giungendo al culmine con la mia carcerazione, accusandomi di essere complice dell’omicidio dell’uomo da cui avevo avuto mia figlia, e che era tutta la mia vita.
Come ha trovato la forza di combattere e sperare nella verità?
È innegabile che queste vicende mi abbiano segnato per sempre. Ma mollare voleva dire suicidarsi, e io avevo Maddalena, all’epoca quindicenne, che mi diceva «mamma, non posso vederti piangere», e allora dovevo andare avanti, anche se con enorme dolore, mestizia, amarezza, rabbia… Sono sentimenti che resteranno per sempre inchiodati al mio cuore… Ero talmente disperata che quando sono uscita dal carcere, al culmine del masochismo – il che mostra che la gente di cui ho dovuto subire il giudizio non ha neanche mai capito come sono fatta – ho dichiarato che se questo mio arresto serviva per arrivare alla verità sulla morte di Mauro, per me andava bene. Adesso che sono un po’ più lontana, mi rendo conto che quello era il massimo della stupidità che uno potesse arrivare a dire. Pensi che ho sperato che ammazzassero anche me, perché così avrebbero capito la mia estraneità ai fatti.
Ricordo poi che quando ero ancora indagata, parlai una volta con don Luigi Ciotti, in un periodo in cui mia madre stava molto male, e gli dissi che se non mi avessero scagionato entro un certo termine, mi sarei incatenata alla procura di Palermo. Perché non solo mi hanno arrestata, ma io ancora per 4-5 anni sono stata accusata di favoreggiamento. Mi sono dovuta autostimare molto per riuscire ad andare avanti, mi sono dovuta convincere che non mi importasse quello che pensava la gente. Me ne sono successe di tutti i colori, sono stata accusata di essere una ladra, una donna di facili costumi con amanti ovunque, una assassina… Ho visto di tutto, mi sono dovuta fare forza da me. Però la cosa più triste resta che chi l’ha ucciso ha ottenuto quello che voleva, l’ha fatta franca, in tanti l’hanno fatta franca. Almeno per ora.
Con i suoi avvocati sta ora ristudiando la sua posizione?
Sì, speriamo che inizi il processo e quindi di arrivare alla verità, anche se non c’è ancora nessuna richiesta di rinvio a giudizio. Quello che so lo apprendo dai giornali, i magistrati non comunicano con noi. Peccato.
Secondo lei il sacrificio di Mauro è valso a qualcosa? Lui certamente aveva la consapevolezza di quello che stava facendo…
Mauro diceva cose molto belle e molto semplici sulla mafia e cioè che non si trattava di combattere chissà quale battaglia, ma di una lotta per la dignità, senza la quale secondo lui non si poteva vivere. La consapevolezza dell’importanza e della gravità del suo lavoro certamente l’aveva, ma non di essere così vicino alla tragedia. O almeno, voglio credere che altrimenti l’avremmo percepito.
In merito al fatto che ne sia valsa o meno la pena, be’, se guardiamo Trapani, che è una città veramente sfortunata, ci sono amici, persone perbene che recentemente sono riuscite a raccogliere 10mila firme perché sulla vicenda Rostagno sia fatta chiarezza, e che oggi aspettano di essere ricevute da Napolitano. Questa è una cosa molto importante per una città che vive sotto una cappa pesantissima, la cui parte sana non ha mai trovato neanche chi la rappresentasse, chi avesse un po’ di coraggio. E Mauro era stato questo per loro. Ma comunque ci sono voluti vent’anni per smuovere le cose. Non è poco. Forse non è molto, vista la gravità della situazione. Ma se proprio dovessi dire “ne è valsa la pena” allora direi di no. Sarebbe stato meglio se fosse rimasto con noi. Specie per come Mauro è stato trattato. Ma non credo che questo consiglio gli sarebbe interessato.















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