All’ombra del vulcano
30 lug 2008 | Categoria: archivio articoli, articoliStore
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Controllo del territorio. Appoggi politici. Alleanze con imprese. A Nola e dintorni sono i fratelli Russo a comandare ogni attività. L’ascesa cominciata come luogotenenti del boss Carmine Alfieri. La latitanza dorata dei padroni di un impero criminale, alimentato da complicità politiche locali e nazionali
La Sicilia delle denunce contro il pizzo è troppo distante; troppo lontana anche Caserta, la terra dei casalesi “scoperti” da Gomorra, nonostante sia ad un tiro di schioppo da questo agglomerato di Comuni che qualcuno vorrebbe trasformare in provincia: nuovi posti di lavoro, clientele e prebende. Siamo a Nola, terra di camorra. «Qui nessuno denuncia, l’antiracket è una parola che nel vocabolario degli imprenditori non compare, qui tutti pagano e stanno zitti». Perfino la mozzarella, quella che si serve nei ristoranti di Roccarainola, comune limitrofo, è affar loro. Al silenzio delle imprese e del mondo del lavoro, risponde il silenzio della stampa e del mondo politico: la Commissione antimafia non cita il nolano come zona di camorra e nelle audizioni evita di valutare i legami politici dei clan che controllano il territorio.
Il feudo dei Russo. Nola, crocevia dei boss di camorra. Dai Carmine Alfieri e Raffaele Cutolo di ieri, all’ultima indagine del febbraio scorso, coordinata dalla Dda partenopea. L’operazione condotta dal pm Simona Di Monte fa luce sugli affari della famiglia Russo che ha il suo feudo a San Paolo Bel Sito, comune di 3mila anime, sciolto due volte per camorra.
È sufficiente scorrere l’ordinanza di sequestro, disposta dal gip, su richiesta del pm, per cogliere la solidità economica del clan. Trecento milioni di euro sequestrati: immobili, supermercati, auto di lusso, anche un’azienda di nocciole, “oro” del nolano.
Lo scorso dicembre, l’ex premier Romano Prodi a Nola ha inaugurato il centro-servizi denominato “vulcano buono”, il vesuviello progettato da Renzo Piano, nato senza concessione edilizia comunale. In questo contesto favolistico il clan Russo ha aumentato il suo consenso e, attraverso il controllo del territorio, ha messo le mani sull’economia del nolano.
Latitanti da circa 15 anni, i fratelli Salvatore e Pasquale Russo, un tempo erano al vertice del clan del boss Carmine Alfieri, oggi pentito. La vita criminale dei fratelli Russo, Salvatore e Pasquale, inizia negli anni Settanta, stringendo legami con il clan di Mario Fabbrocino e contatti con Michele Zaza (quindi con la mafia siciliana). Pasquale e Salvatore Russo, come si evince da un’intercettazione tra due uomini del clan, hanno un solo obiettivo: aumentare i profitti, senza remore, pronti anche ad aprire il fuoco contro i carabinieri in caso di blitz. Oltre ai Russo, nel territorio operano il clan Ruocco, collegato al boss Mario Fabbrocino e altre formazioni camorristiche: i clan Di Domenico e Nino-Pianese nel nolano, il clan Somma a Polvica di Nola, i clan Ianuale e Rega nella zona di Mariglianella, il clan Arlistico nell’area vesuviana.
Terra di complicità. Nel nolano, però, a farla da padrone sono i Russo. Il lavoro della Procura ha permesso di inquadrare e fare luce sul potere dell’organizzazione criminale.
Per garantirsi solidità economica, il clan opera su tre livelli. Il primo è il controllo del territorio, il secondo è l’interlocuzione politica, il terzo è la vicinanza con settori dell’imprenditoria e della finanza. I tre livelli emergono chiaramente leggendo dell’attività della “Russo costruzioni s.r.l.”, finita sotto sequestro. A gestire la ditta, prima di finire in carcere, era Michele Russo, ventisettenne figlio del latitante Salvatore; successivamente la società – priva di dipendenti e automezzi – è passata alla sorella. Nell’ordinanza si scrive: «La ditta opera attraverso l’acquisto di terreni, su cui affida ad altre imprese edili il compito di costruire finanziando magari i lavori e ricompensandola mediante la ripartizione con essa dei vari appartamenti realizzati, destinati alla vendita». Profitti enormi. La ditta del clan acquistava terreni agricoli che improvvisamente diventavano edificabili, facendo aumentare a dismisura il valore stesso dei terreni. I soldi provenienti dalle estorsioni venivano investiti nella costruzione degli appartamenti e ripuliti con il guadagno della vendita. Nell’ordinanza si legge: «In merito ad infiltrazioni ed al potere impositivo del clan Russo negli enti locali, appare decisamente eloquente la domanda pronunciata dal Russo Michele alla madre: “Se quello di Visciano che era detenuto con lui a Napoli stia facendo ancora il consigliere comunale”». Il politico in questione è Domenico La Manna, consigliere comunale di Visciano, arrestato nell’operazione che ha portato in carcere lo stesso Michele Russo (2007).
Persino per la ricostruzione del castello di San Paolo Bel Sito, comune non lontano da Nola, il clan ha preteso il pizzo: duecento milioni di vecchie lire. Estorsioni come pratica diffusa, entrate milionarie per il clan. «L’imposizione – si riporta nell’ordinanza – avviene senza alcuna specifica manifestazione di violenza ma solo attraverso la rappresentazione di un potere criminale la cui presenza sul territorio è fortemente sentita e temuta». Non serve sparare. Dalle intercettazioni emerge il controllo del territorio e delle attività commerciali. Il clan a volte brucia negozi e imprese, manda avvertimenti e gli imprenditori si mettono “in regola” subito. Emblematico il tentativo di estorsione attuato nei confronti di un imprenditore che aveva acquistato un terreno nell’area a sviluppo industriale (a.s.i.), dove sorge il Cis, il citato “vulcano buono” e l’interporto. Racconta l’imprenditore che, quando il clan ha saputo dell’acquisto del terreno avvenuto senza il consenso, è stato chiamato da Antonio, figlio del boss latitante Salvatore Russo, e minacciato ripetutamente: «Antonio afferrava la staffa di alluminio – racconta l’imprenditore taglieggiato – che brandiva minacciosamente verso la mia persona e mi diceva “Uomo di merda io ti ammazzo”, io restavo in silenzio seduto sulla sedia immobile sperando che ritornasse alla ragione. Fortunatamente desisteva dall’intento di colpirmi altrimenti mi avrebbe ammazzato». Antonio Russo chiosa affermando: «Prima di acquistare qualcosa devi rivolgerti a “zi Ninuccio”, non hai capito che la zona a.s.i. è nostra e che prima di acquistare ti dovevi rivolgere a noi».
Le amicizie indispensabili. I Russo non si fanno mancare niente: vivono nel lusso più sfrenato. Redditi dichiarati da fame, vita da pascià, mentre i territori da loro depredati affondano nei rifiuti e nella disoccupazione. I famigliari dei Russo frequentano alberghi di lusso, circolano con auto di grossa cilindrata, alloggiano nell’esclusivo Ritz quando si recano a Milano. Il riciclaggio diventa possibile grazie ai rapporti “privilegiati” che gli indagati hanno con direttori e funzionari degli istituti di credito. Il capitolo delle complicità è lungo, tra prestanome e favoreggiatori. Perfino il prete, racconta in un colloquio in carcere Maria Paola al fratello Michele (figlio di Salvatore Russo), durante la messa della processione e durante un’altra messa, ha rivolto una preghiera per «i giovani che presto facciano ritorno a casa… che ancora non hanno potuto riavere la libertà». Ma a garantire solidità e latitanza ai boss ci sono le coperture politiche. Le interlocuzioni partono dai livelli locali e arrivano a quelli nazionali. Gli amministratori, restano al loro posto, come il sindaco di San Paolo Bel Sito, Raffaele Riccio, che guidava il Comune quando fu sciolto per mafia nel 2002. Figlio di Luigi, sindaco durante il primo scioglimento nel 1994, legato tramite la vicinanza ai Russo, al clan di Carmine Alfieri.
Podestà in terra nolana. Attraverso la politica si gestiscono attività commerciali, si rilasciano concessioni edilizie, si affidano appalti, si fanno affari. I fratelli Russo e il loro clan sono inseriti in questo meccanismo. Il clan si mobilita anche in occasione delle elezioni per la carica di sindaco di Nola. Franco Cutolo, affiliato al clan, parla con l’ex sindaco di Nola, Franco Ambrosio (An), e presenta i suoi candidati. «L’interessamento del Cutolo – si legge nell’ordinanza – alle ultime elezioni amministrative tenutesi in Nola, nonché il suo appoggio a canditati della lista capeggiata dal sindaco di Nola, Felice Napolitano, non può che essere ricondotto alla volontà dello stesso… di condizionare o comunque indirizzare l’attività amministrativa della compagine governativa, al fine di poterne trarre vantaggi, nell’interesse proprio e dell’organizzazione di appartenenza». Agganci locali, ma non mancano rapporti con politici nazionali.
A finire nell’inchiesta è il deputato Paolo Russo (Pdl). Inizialmente indagato dalla Dda di Napoli per concorso esterno in associazione mafiosa (accusa per cui oggi è stata richiesta l’archiviazione), Russo resta tuttora indagato per minacce al fine di condizionare le elezioni con l’aggravante dell’articolo 7 della legge antimafia, favorendo cioè un clan camorristico. Le intercettazioni lo vedevano al telefono con l’imprenditore Giovanbattista Mautone, oggi in carcere, al quale avrebbe chiesto di cambiare i connotati a chi non avesse votato come richiesto.
Infiltrazioni ad alto livello. La richiesta dell’uso delle intercettazioni è stata concessa dalla Camera dei deputati, nel novembre scorso, solo per il Mautone (sic!). Insomma la Giunta non si è espressa sull’uso delle intercettazioni che coinvolgono l’onorevole Russo e una nuova istanza potrebbe partire dalla procura partenopea. Giovanbattista Mautone è l’intermediario, chiamato l’avvocato”, in virtù della sua laurea in Giurisprudenza. Imprenditore vicino al clan Ruocco-Somma, durante le elezioni amministrative del 2005 ha estorto il voto ai suoi dipendenti, minacciandoli, per tramite di diversi camorristi come Giovanni Somma, reggente del clan omonimo, e licenziando chi ha votato contrariamente al diktat. Mautone avrebbe avuto dal boss Fabbrocino l’ordine di prendere il materiale edile da ditte di “amici”; in cambio l’avvocato avrebbe controllato tutti i lavori nella zona di San Giuseppe Vesuviano grazie al volere del boss. Una borghesia mafiosa che interloquisce con la politica, fa affari con i clan, estorce voti e aumenta i consensi.
Non è tutto. A pochi chilometri da Nola sorge Marigliano, dove compare un altro protagonista della vita politica nazionale, il senatore capogruppo dell’Udeur Tommaso Barbato, conosciuto alle cronache nazionali per lo sputo diretto al collega Nuccio Cusumano, durante il voto alla fiducia del governo Prodi, lo scorso 24 gennaio. Chiamato l’“uomo delle acque”, inizia la lenta ascesa nell’acquedotto campano nel 1978. Barbato non figura tra gli indagati, ma nell’ordinanza che nello scorso maggio ha portato all’arresto di 89 persone risulta tra gli interlocutori politici di alcuni componenti del clan. Un episodio, oltre alle intercettazioni che lo vedevano citato come dispensatore di posti in cambio di voti, lo vede protagonista. Nell’ordinanza si cita l’incontro che, secondo gli inquirenti, sarebbe avvenuto nel maggio del 2005 a Marigliano, nella sede elettorale di Barbato, tra il senatore ex Udeur e due esponenti del clan Russo: Domenico Romano, oggi in carcere, e Antonio Ambrosino. Gli inquirenti citano anche una conversazione a riscontro dei «rapporti tra i predetti camorristi e l’esponente politico». Nulla da dire sul profilo criminale di Domenico Romano, affiliato al clan Russo e dedito alla pratica delle estorsioni.
Il Nolano è terra di camorra, c’è un passaggio nelle migliaia di carte di ordinanza che inquieta. Nonostante la carcerazione, i camorristi parlano e comunicano: «Mai interrotto appare, infine, il forte legame che lega Michele Russo al padre latitante, ad ulteriore riprova dell’inefficacia del regime detentivo cui è oggi sottoposto». Omicidi, latitanze dorate, politica connivente, impresa strozzata dal pizzo. “C’è un’emergenza sicurezza nel nolano”, potrebbero aprire così domani i quotidiani nazionali.














