La relazione sui beni confiscati della Commissione antimafia

10 dic 2007 | Categoria: archivio articoli, articoli

Store

€2

Questo numero della rivisita è disponibile per il download singolo o in abbonamento. Per acquistarlo è necessario essere registrati allo store. Accedi o registra un nuovo account!

Beni sempre più difficili da rintracciare, procedure di confisca lunghe e farraginose, tesori che si disperdono o rimangono nella disponibilità dei vecchi proprietari. Questa la fotografia dei beni confiscati registrata dalla Commissione antimafia, che in una relazione approvata il 27 novembre scorso ha indicato nuove vie per rilanciare il settore

di Elena Ciccarello

Chi si occupa di mafia ricorderà il 2007 anche come l’anno in cui sono state finalmente confiscate le proprietà di don Tano Badalamenti, l’ex triumviro di Cosa nostra condannato all’ergastolo per l’uccisione di Peppino Impastato: appartamenti, terreni, fondi rustici e società stimate per un valore di centinaia di migliaia di euro. Si temeva che l’annosa vicenda giudiziaria, iniziata nel 1985 con un sequestro disposto dai giudici Falcone e Borsellino, dopo la morte di don Tano nel carcere americano di Fairton e la conseguente interruzione del procedimento di confisca, si concludesse con la restituzione del patrimonio ai suoi eredi. Invece la sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, nonostante il decesso del boss di Cinisi, ha decretato – in primo grado – la confisca di parte del suo tesoro, riconoscendone non solo la provenienza «certamente delittuosa», ma anche la sua «pericolosità», distinta da quella del suo ex proprietario.
Il presidente del Tribunale, Cesare Vincenti, ha dichiarato che il bene illecitamente acquisito «finisce con l’essere uno strumento di sviluppo dell’organizzazione mafiosa, dei suoi membri e, quindi, è pericoloso in sé», e che la morte dell’intestatario non può compromettere il procedimento di ablazione poiché, se così fosse, la mafia potrebbe paradossalmente scegliere di uccidere i proprietari dei beni per fermare le confische.
Tradurre l’intuizione dei giudici palermitani in una norma che riconosca il pericolo rappresentato da un bene illecito per l’economia legale, indipendentemente dal sussistere della pericolosità del soggetto che lo ha accumulato, è una delle proposte contenute nella relazione approvata all’unanimità dalla Commissione parlamentare antimafia il 27 novembre scorso. Un lavoro di ricerca, redatto dall’onorevole Giuseppe Lumia (Pd), finalizzato alla verifica dello stato di salute dei meccanismi di sequestro, confisca e destinazione dei beni sottratti alla criminalità organizzata, e all’individuazione di modifiche e aggiornamenti normativi utili a ridare nuovo slancio ed efficacia all’aggressione dei patrimoni criminali.

Sequestri e confische in calo. La relazione della Commissione, pur valutando positivamente quanto realizzato fino ad oggi sul fronte dei beni confiscati, individua alcune questioni aperte relative alle fasi che portano, prima, dalla scoperta alla confisca dei beni, poi, alla loro assegnazione e gestione.
Per quel che riguarda la prima fase, oltre alla disomogeneità delle norme che la regolano, l’aspetto più critico è rappresentato dalla crescente difficoltà di rintracciare i beni mafiosi. Il problema «più importante che ci troviamo a fronteggiare» lo ha definito il ministro dell’Interno Giuliano Amato, audito in Commissione il 3 ottobre scorso.
I dati forniti ai commissari dal Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, parlano chiaro: i sequestri e le confische sono in netto calo, negli ultimi tre anni su 123 tribunali ben 65 non hanno avviato alcun procedimento di prevenzione patrimoniale, e tra questi molti tribunali del sud, come quelli di Catanzaro, Cosenza, Catania e Salerno. Anche in realtà come quella di Palermo, dove comunque esiste un’intensa attività di aggressione ai beni mafiosi, i provvedimenti sono scesi dai 66 del 2003 ai 26 del 2006 (dati del ministero della Giustizia). Il questore di Palermo, Giuseppe Caruso, audito in Commissione, ha spiegato che, mentre fino ai primi anni Novanta era più facile individuare i patrimoni di Cosa nostra perché si trattava principalmente di beni immobili o di attività imprenditoriali direttamente intestate ad appartenenti alla cosca o ai loro più stretti familiari, oggi è sempre più difficile individuare i tesori nelle disponibilità delle organizzazioni mafiose, poiché queste «hanno ridotto in maniera notevole l’acquisizione di beni immobili, privilegiando altre forme di ricchezza più difficilmente individuabili. Hanno fatto ricorso ai cosiddetti prestanome, estranei quindi alla cerchia familiare; hanno curato di mascherare e giustificare i movimenti di denaro con tutti i più sottili accorgimenti suggeriti da esperti delle tecniche commerciali, tributarie e finanziarie e hanno intensificato gli investimenti all’estero».
In risposta a tale situazione la Commissione propone un coinvolgimento delle Direzioni distrettuali e della Procura nazionale antimafia anche sul versante delle indagini patrimoniali e delle relative misure di prevenzione, attualmente competenza del Procuratore della Repubblica e del questore, e auspica una sempre maggiore specializzazione del Pubblico ministero e degli agenti di polizia nella gestione di complesse indagini patrimoniali, volte a scovare i trucchi di una criminalità capace di infiltrarsi e mimetizzarsi nell’economia nazionale e internazionale.

La necessità di una struttura centrale. Ma è soprattutto la fase di gestione dei beni quella che preoccupa i commissari, poiché le sono destinate meno risorse, nonostante il valore economico, simbolico e culturale riconosciuto al momento del riutilizzo sociale delle proprietà sottratte alla mafia: con la restituzione alle comunità dei patrimoni dei boss l’azione antimafia supera la sua fase meramente repressiva per farsi proposta di sviluppo e crescita per il territorio, ma perché ciò accada i beni devono essere utilizzati in modo significativo ed efficiente. Perché nessuno possa rimpiangere gli ex proprietari mafiosi.
Stando ai dati dell’Agenzia del demanio, che si occupa di tali procedure, al 31 dicembre 2006, sono più di settecento i beni immobili definitivamente confiscati, ma meno della metà quelli già destinati. I ritardi dipendono da ipoteche e mutui, occupazione degli immobili da parte degli ex titolari, e pendenze varie, la cui soluzione caso per caso dilata i tempi delle assegnazioni. Ancora peggiore si presenta la situazione delle aziende, molte delle quali muoiono già prima della confisca definitiva: su un totale di ottocento aziende solo 36 sono state assegnate alla vendita o all’affitto, molte sono state liquidate, altre fallite. Delle duecento da destinare solo 38 risultano ancora attive.
Fin qui, le destinazioni. Una volta affidati agli enti locali, alle associazioni o alle cooperative, i beni devono ancora essere ripristinati dopo gli anni di abbandono e rimessi in funzione (perciò la Commissione propone la creazione di un Fondo, costituito anche con il denaro e i titoli confiscati). Poi devono essere tutelati dalle mire delle organizzazioni criminali che, quando non tentano di rientrarne in possesso, provano talvolta a distruggerli o intimidirne i nuovi gestori.
Proprio la natura particolare di questi patrimoni, non paragonabili ad altri beni demaniali, le difficoltà connesse alla loro gestione e l’importanza attribuita al loro riutilizzo costituiscono la premessa per i commissari per chiedere la creazione di una Struttura nazionale, che segua in maniera esclusiva le procedure di assegnazione e gestione dei patrimoni confiscati, interloquendo direttamente con le singole prefetture. Un’unità centrale, di cui la maggioranza dei soggetti istituzionali auditi in Commissione ha segnalato l’esigenza, che garantisca le procedure dalle interferenze ambientali che invece i funzionari locali del demanio possono subire.
La Commissione ha riconosciuto la nomina di un Commissario Straordinario del Governo per i beni confiscati, avvenuta il 15 giugno scorso, come un primo passo per l’auspicata realizzazione di tale Struttura.


Tags: , , , , , , ,

Lascia un commento