Mafia: ferita chiusa? Eppure brucia…

10 lug 2006 | Categoria: archivio articoli, articoli

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Dopo esser stata la capitale della Sacra Corona Unita, Mesagne è diventata un modello di “buon governo”, anche per l’esperienza dei terreni confiscati ai boss e coltivati a grano. Che però, a giugno, sono stati dati alle fiamme. Un campanello d’allarme?

Mesagne, Provincia di Brindisi. La chiamavano “Corleone di Puglia” perché era la roccaforte della mafia salentina e patria di Pino Rogoli, fondatore storico della Sacra Corona Unita.
Una tranquilla cittadina che a partire dagli anni Ottanta è stata travolta da un vortice di violenza che sembrava dovesse inghiottirla. Il boss e i suoi luogotenenti ne avevano fatto un crocevia di traffici illeciti e una terra di conquista, ma avevano commesso alcuni gravi errori. Uno su tutti: non si erano preoccupati di coltivare alcuna forma di consenso della popolazione, riservandole, al contrario, solo sgomento e paura.

Botta e risposta. Calavano sulla città come avvoltoi famelici, soffocavano gli esercizi commerciali con estorsioni pesantissime, senza lesinare bombe e incendi a chi opponeva resistenza. Anche per questo la città non fece attendere la sua risposta. Dai primi anni Novanta infatti, parallelamente alla controffensiva delle forze dell’ordine e della magistratura, la città di Mesagne ha intrapreso un percorso di riscatto e prevenzione che ne ha fatto oggi un modello positivo per l’intera Regione.
Ma la porta sul passato non è stata ancora definitivamente chiusa. Scacciati i tempi degli incendi a macchine e negozi, la sera del 22 giugno scorso il cielo di Mesagne è stato di nuovo arrossato dalle fiamme: questa volta a bruciare è stato il grano dei campi confiscati.

Coincidenze sospette
. Le spighe erano mature e tutto era pronto per la trebbiatura. «Le forze dell’ordine non avevano captato alcun segnale preoccupante. Giorni prima avevamo solo notato delle piccole chiazze di bruciato – racconta don Raffaele Bruno, referente regionale di Libera, – per questo avevamo deciso in maniera molto riservata di anticipare la mietitura». La cautela non è stata però sufficiente, perché proprio la sera prima dell’appuntamento le fiamme hanno ridotto in fumo metà del raccolto. Combinazione assai strana.
«Non avanzo ipotesi – dice il sindaco di Mesagne, Mario Sconosciuto – però ci sono alcune coincidenze che potrebbero confermare la natura dolosa dell’incendio. Primo, la tempestività con la quale l’episodio si è verificato, proprio la notte prima della trebbiatura. Secondo, la prossimità temporale con il conferimento alla città, da parte di Arci e Provincia di Roma, del Premio Tom Benettollo, per il lavoro sui beni confiscati e per l’affermazione della legalità. Terzo, l’incendio avvenuto poco tempo prima a Torchiarolo (Comune vicino a Mesagne, nda.) su un altro bene confiscato, proprio quel vigneto che sarà unito ai 20 ettari di Mesagne e affidato con bando pubblico a una cooperativa di giovani».

Un segnale inaspettato. Le indagini sono ancora in corso, ma gli inquirenti escludono il coinvolgimento della Sacra Corona Unita e dell’ex proprietario, Carlo Cantanna, “u barone”, il cassiere delle cosche. «Tempo addietro le forze dell’ordine avevano registrato segni espliciti di avversione al nostro operato – dice don Raffaele –. In occasione dell’aratura alcune ditte contattate hanno rifiutato l’incarico e un’altra si è tirata indietro al secondo giorno di lavori. Questa volta, invece, non c’è stato alcun preallarme».
L’incendio lascia spazio a molti interrogativi, perché arriva inaspettato e perché segna una rottura. «Si è manifestata una presenza fino ad ora invisibile – spiega Concetta Franco, dirigente dell’Uffico per le politiche giovanili di Mesagne –, non ci sono stati in passato altri gesti intimidatori nei confronti dell’amministrazione. Se la criminalità ha alzato il tiro ciò vuol dire che il nostro impegno è riuscito a dare fastidio».

Anticorpi sociali
. Il 3 luglio scorso, nonostante la parziale distruzione del raccolto, sui campi confiscati è stata organizzata una mietitura simbolica e le cittadinanze di Torchiarolo e Mesagne si sono incontrate in un clima di festa. «C’è stata un’ottima partecipazione» commenta soddisfatto il sindaco di Torchiarolo, Antonio Del Coco.
Nell’autunno prossimo sarà pronto il bando pubblico per l’assegnazione dei terreni a una cooperativa sociale, la cui nascita sarà guidata attraverso un percorso di formazione rivolto a 30 giovani. Si tratta della prima esperienza di Libera Terra in Puglia, ma non del primo bene confiscato gestito dal Comune di Mesagne.
Già nel 2003 l’amministrazione ha acquisito un appartamento sequestrato a Giovanni Donatiello, uomo di fiducia del boss Pino Rogoli, e lo ha messo a disposizione dell’“Allegra compagnia”, un centro di aggregazione per minori a rischio che promuove attività di prevenzione dalla microcriminalità. Tra i suoi frequentatori, anche molti ragazzi che provengono da famiglie malavitose. «Da più di dieci anni lavoriamo alla creazione di anticorpi sociali che, soprattutto nei giovani, sbarrino la strada al mondo criminale» spiega Concetta Franco.

Modello da esportare
. La reazione di Mesagne al crimine è iniziata nei primi anni Novanta, dopo la feroce guerra di mafia tra il vecchio boss Pino Rogoli e Antonio Antonica, che aveva lasciato sul campo centinaia di morti ammazzati.
Mentre le Provincie salentine erano sconvolte da un’improvvisa escalation criminale e la repressione delle forze dell’ordine cominciava ad ottenere i primi importanti risultati, Mesagne conferiva simbolicamente la cittadinanza onoraria al Commissario e al Maresciallo dei Carabinieri, e per tre mandati – fino ad oggi – eleggeva sindaci che come primo punto del proprio programma indicavano il contrasto alla malavita.
È questo il “modello” che qualcuno vorrebbe esportare in tutta la Puglia: «la sinergia di istituzioni, forze dell’ordine, associazioni, Chiesa e cittadini, che insieme hanno saputo riscattare moralmente e culturalmente la città – continua il sindaco Mario Sconosciuto –. Il miglior risultato che si è ottenuto negli anni è un diffuso rispetto per la legalità. La criminalità non genera più paura e omertà, ma denuncia e collaborazione».
Un percorso reso possibile anche dai successi messi a segno dalle forze di polizia, facilitate nel loro compito da numerosi casi di pentimento tra gli arrestati.

Evitare il “salto di qualità”. Non è ancora tempo però di abbassare la guardia. Anche se l’ultima relazione della Commissione nazionale antimafia ha riconosciuto lo «stato di forte crisi» dei gruppi malavitosi della Provincia, ciò non ha impedito a Mesagne e il suo gruppo emergente (Campana-Gagliardi-Penna) di confermare la propria centralità nel panorama criminale brindisino. «C’è ancora molto da fare» ammette il sindaco, che nella stessa giornata del 3 luglio scorso ha firmato con l’Azim, l’associazione della zona industriale di Mesagne, un protocollo di collaborazione per la soluzione di episodi di microcriminalità che si verificano nell’area industriale, una forma embrionale di quella che presto potrebbe costituirsi come associazione antiracket.
Un’iniziativa opportuna, visto l’allarme lanciato, sempre dalla Commissione antimafia, sulla possibilità che in un futuro prossimo la criminalità pugliese compia il salto e si orienti sul versante delle pubbliche amministrazioni e dell’apparato economico.
Un’aspetto che era mancato alla malavita locale, finora caratterizzata più da un fare predatorio.
Le fiamme sui campi confiscati appaiono in questo senso come un campanello d’allarme. Forse il segnale di una presenza tutt’altro che sopita, ma capace invece, dopo il clamore di un tempo, di rendersi oggi invisibile, di imparare i trucchi e farsi più scaltra. Quindi più pericolosa.

Elena Ciccarello

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