Crimini di guerra nella ex Jugoslavia

10 lug 2005 | Categoria: archivio articoli, articoli

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A dieci anni dalla fine della guerra in Bosnia, la Procura dell’Aja ha concluso le indagini. L’iniziativa passa ora alle corti locali e riaffiora la paura tra i testimoni: sanno che in loco nessuno li proteggerà dal clima di impunità che ancora regna sovrano tra i criminali di guerra

«La testa di mia sorella è rimasta esposta nella credenza in cucina per tre giorni. Doveva servire come monito alle altre donne sequestrate; terrorizzate, non si sarebbero opposte alle violenze», racconta Bakira, mentre i suoi occhi verdegrigio si perdono nel vuoto. 

«Fu sequestrata e rinchiusa in una casa con altre donne del paese i primi giorni di aprile del ’92 a Vlasenica, un piccolo villaggio a nord est di Sarajevo. I soldati delle milizie irregolari la seviziarono e violentarono più volte… poi decisero di sgozzarla come si fa con un animale».

Dignità, senza distinzione etnica. Bakira Hasecic è la presidentessa dell’associazione “Zene Zrtve rata” (Donne vittime della guerra), nata in un quartiere alla periferia di Sarajevo (vedi box p. 50). Vuole ottenere giustizia: per tutte le donne – a prescindere dalla “distinzione etnica” – abusate dalle bande di paramilitari che, tra il 1992 e il 1995, scorrazzavano nella Bosnia centrale, inneggiando alla pulizia etnica. La storia della sorella di Bakira è una tra le centinaia raccolte nei fascicoli del Tribunale penale internazionale per i crimini commessi in ex Jugoslavia (Tpij). A distanza di dieci anni dagli accordi di Dayton, le fondatrici di “Zene Zreve rata”, che hanno coraggiosamente testimoniato contro i loro aguzzini, si dicono abbandonate dalle Istituzioni in cui hanno creduto. 

È tempo di bilanci. Gli ispettori del Tribunale dell’Aja durante questo decennio hanno raccolto le prove per portare in giudizio i responsabili politici e militari dei massacri in ex Jugoslavia. Una storia in cui clamorosi successi si sono alternati a cocenti fallimenti. L’attività investigativa si è focalizzata ogni giorno sulla morte di centinaia di civili, quindi su indizi, riscontri e conferme sull’eccidio di Srebrenica (7 mila le persone massacrate tra l’11 e il 19 luglio 1995), sulla strage di Vukovar e la detenzione nei campi di Prijedor e Omaska, sul bombardamento di Mostar e Sarajevo. Da quando Carla Del Ponte è diventata procuratore del Tribunale (1999) sono stati spiccati più di 120 mandati di arresto e condannate 54 persone. Oggi nelle carceri delle Nazioni Unite sono detenuti ex ministri, capi dei servizi segreti, ufficiali e, come noto, lo stesso Milosevic, il risultato più eclatante. 

L’Aja è solo per la nomenklatura. Nonostante le decine di condanne, sono ancora numerosi i criminali e i latitanti che, probabilmente, non finiranno mai nelle celle di Scheveningen, il carcere nei pressi della stazione balneare vicino all’Aja. Lo scorso dicembre Carla Del Ponte ha presentato le sue ultime inchieste. Con il 2004, infatti, è scaduto il tempo (dettato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite) a disposizione della Procura per presentare nuovi atti d’accusa. Entro il 2008 si dovranno chiudere i processi di primo grado e nel 2010 quelli in appello, dopo di che il Tribunale chiuderà definitivamente le porte. Difficile dire se i tempi saranno rispettati; intanto l’unica certezza è che per i tre ricercati eccellenti (il croato Ante Gotovina e i serbi Karadzic e Mladic) iI Tribunale dell’Aja resterà operativo a tempo indeterminato, mentre i “pesci più piccoli” – vale a dire mercenari e compagini di paramilitari reclutati tra gli ultras della Stella rossa di Belgrado, la nota squadra di calcio slava – risponderanno dei propri crimini presso le Corti locali, dove dall’autunno scorso sono stati trasferiti i fascicoli preparati dagli ispettori. 

Sfuggiranno per sempre ai loro giudici? Molti di questi approfittatori di guerra, per di più, godono della protezione delle autorità della Repubblica Serba perché ritenuti “eroi”, in nome di un fanatismo nazionalistico che stenta a sopirsi. Nella lista delle cause che Carla Del Ponte dovrà cedere alla giurisdizione bosniaca figurano personaggi di rilievo, incolpati dei crimini commessi nei campi di prigionia di Omarska e Keraterm. 
Del Ponte è consapevole delle difficoltà che nasceranno a causa del trasferimento di competenze dall’Aja ai tribunali nazionali, del fatto che la corte di Sarajevo fatica a prendere avvio, ma le donne di “Zene Zrtve rata” non mollano: vogliono che anche Dragomir Milosevic – incriminato per il bombardamento contro la popolazione di Sarajevo – e gli autori dei crimini commessi a Foca (tra tutti Radovan Stankovic) e a Visegrad (contro 135 musulmani) siano giudicati dal Tribunale dell’Aja. 

Il coraggio di parlare. «Noi siamo a favore dello spostamento del Tribunale in Bosnia Erzegovina e con esso vogliamo collaborare. Molte di queste persone non figurerebbero neppure sugli atti d’accusa se non ci fossero state le nostre testimonianze, ma siamo contro l’idea che il Tribunale ceda i casi dei criminali non ancora arrestati», spiega Bakira. Ed è facile capirle: le donne di “Zene Zreve rata” subiscono intimidazioni sempre più pressanti. 
Bakira non ha voluto fare i nomi dei testimoni che ricevono minacce al telefono o a voce, ma afferma che questi casi sono stati riferiti alla polizia e ai rappresentanti del Tribunale dell’Aja.

Testimoni (non) protetti. Non esiste alcun tipo di programma di tutela per i testimoni del Tribunale dell’Aja, nessun tipo di aiuto economico. Bakira stessa ricorda che le vittime sono rimaste senza proprietà, abitano in tuguri e sopravvivono a malapena, «mentre il Governo della Repubblica Srpska concede garanzie ai criminali affinché possano difendersi, li trasferisce all’Aja su aerei presi a noleggio, ricompensa il loro eroismo, assegna borse di studio ai loro figli». Trasferire i processi in loco, celebrandoli in modo equo, sarebbe il segnale più forte di un concreto ed effettivo processo di riconciliazione e pace (è quanto si augurano tutti, Tpij compreso). Ma, se i tempi non sono ancora maturi, e nessun grado di protezione può essere assicurato ai testimoni, perché far pagare ancora un prezzo così alto alla società civile?

In Europa, senza eroi. Eppure qualche segnale positivo c’è. 
Lo scorso marzo, infatti, L’Unione Europea ha bloccato sine die le procedure di adesione della Croazia perché il Paese non collaborava pienamente all’arresto e al deferimento al Tpij dei criminali di guerra. Il negoziato doveva prendere il via il 17 marzo, ma le accuse – formulate dalla stessa Del Ponte e indirizzate alla presidenza di turno dell’Ue – di ostacolare la cattura del generale Ante Gotovina hanno indotto quest’ultima a bloccare l’iter di integrazione presentato da Zagabria. Gotovina (altro “eroe” in patria) è accusato di aver collaborato al massacro di almeno 150 serbi nel 1995. Carla Del Ponte ha diffuso dati e prove di collusione e fiancheggiamenti di cui ha goduto finora il generale croato. «Informazioni confidenziali tra il mio ufficio e le autorità croate venivano riportate immediatamente agli avvocati di Gotovina. Nella prima metà dell’anno scorso sono state effettuate operazioni di spionaggio contro il mio personale». 

Solo boatos? Se Belgrado non collabora, rischia la stessa sorte. Agli annunci del Tribunale dell’Aja di imminenti catture o presunte localizzazioni di latitanti eccellenti siamo, ormai, abituati. Ma, da diverse settimane, le indiscrezioni su un’imminente cattura di Ratko Mladic sono comparse su tutta la stampa più autorevole, in particolare a seguito della proiezione al Tribunale dell’Aja del video sull’uccisione dei sei musulmani di Srebrenica, andato poi in onda su varie emittenti serbe causando lo shock della popolazione. 
La cattura del capo militare delle truppe serbe di Bosnia rappresenterebbe la possibilità per la Serbia di avanzare con maggiore sicurezza verso le istituzioni internazionali. 

Tra reticenza e voglia d’integrazione. A detta del settimanale «Evropa» (che non svela le sue fonti), il Governo serbo starebbe trattando la consegna di Mladic; alle negoziazioni parteciperebbero l’ufficio del premier Vojislav Kostunica, stretti collaboratori di Mladic e i servizi russi. Secondo «Evropa», il ricercato numero uno di Serbia sarebbe molto malato e starebbe cercando di contrattare un vitalizio per la propria famiglia e garanzie per la propria salute nel carcere di Scheveningen. 
Che la resa dei conti finalmente sia giunta è ancora tutto da vedere; come hanno avuto modo di ribadire molti osservatori, non ci sono date di scadenza per l’arresto di Mladic. È vero però che la ricorrenza del decennale del massacro di Srebrenica (11 luglio), di cui Mladic fu la mente, potrebbe aver dato nuovo impulso alla sua ricerca. 
Vedremo se a prevalere sarà la reticenza o un sano desiderio di integrazione all’Unione Europea.

 

Stefania Bizzarri

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