Dossier Napoli
10 gen 2005 | Categoria: archivio articoli, articoliStore
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Stiamo parlando con l’agente alla reception del Comando provinciale dei carabinieri quando un gruppetto di donne ci viene incontro. È da quando siamo arrivati che parlano a voce alta con il carabiniere, ma non siamo riusciti ancora a capire il motivo per cui si trovino lì. Entrano ed escono dalla stanzetta d’attesa, come fossero a casa propria. Per questo, in un primo momento, pensiamo che siano delle impiegate del posto. Il carabiniere le invita poi a sedersi, in silenzio. Allora, forse, sono lì per una denuncia.
«Siete giornalisti? Voi venite sempre qui a Napoli per parlare delle cose brutte. Le cose positive proprio non le volete vedere!» si sfoga una di loro rivolgendosi a noi con tono di sfida. Potrebbero essere di qualche associazione di volontariato. Potrebbero essere lì per raccogliere fondi per qualche opera buona. «Se è successo qualcosa di buono, perché non ce lo raccontate?» chiediamo ingenuamente. Ci basta poco per capire che cose belle da raccontare quelle donne non ne hanno.
«Mio marito è stato arrestato questa notte. L’ho saputo dalla televisione. Nessuno ci dice dove lo hanno portato. Nell’arresto gli hanno spaccato una spalla. E lui è malato. Ha bisogno delle medicine per il rigetto, perché è un trapiantato di fegato».
Nell’imbarazzo dell’agente di turno, le donne ci fanno accomodare nel salottino d’attesa del commissariato. «Dovete raccontare dell’ingiustizia che stiamo subendo. Nessuno ci vuol dire dov’è mio marito. L’abbiamo chiesto alla polizia e ci hanno mandato qui, dai carabinieri. Ora ci vogliono mandare di nuovo dalla polizia. E intanto mio marito rischia di morire. Nessuno si preoccupa di fargli avere le medicine salva-vita di cui ha immediatamente bisogno».
Fine della vacanza. Basta il nome dell’arrestato per capire che il marito della donna non è vittima di un’ingiustizia o di un errore giudiziario. Ma forse, come ci aveva spiegato Lorenzo Clemente, vedovo di Silvia Ruotolo, lei è convinta che sia proprio così, che tutto quello che ha fatto il marito sia stato per il bene della famiglia, degli altri membri del clan e di tutta la gente onesta a cui dava da vivere con le imprese “pulite” avviate con i proventi delle attività camorristiche.
Vincenzo Mazzarella, “Vincenzo ’o pazzo”, marito della signora che siede al nostro fianco nella stanzetta d’attesa dei carabinieri, è un uomo di spicco qui a Napoli, capo del clan che porta il suo nome e del cartello camorristico Mazzarella-Misso (che opera nei rioni Forcella, Maddalena e in altri del centro storico e a San Giovanni a Teduccio) contrapposto all’Alleanza di Secondigliano. A 48 anni, oltre ad essere stato il mandante di numerosi omicidi contro il clan avversario di Paolo di Lauro (in questo periodo interessato anche da una faida interna per opera degli “scissionisti”), controlla tra l’altro il giro delle scommesse clandestine, che in due anni gli hanno fruttato circa 10 miliardi di euro.
Vincenzo ’o pazzo era latitante da novembre, quando i magistrati avevano emesso un ordine di arresto internazionale nei suoi confronti per associazione di stampo mafioso, riciclaggio e altri reati. È stato arrestato nel parco di EuroDisney dalla polizia francese in un’operazione in collaborazione con la Dda (Direzione distrettuale antimafia) napoletana e con la squadra mobile di Caserta e di Napoli.
Vincenzo godeva di regime di libertà vigilata al quale si è sottratto «quasi certamente grazie a compiacenti rapporti collusivi», scrive il procuratore aggiunto Felice Di Persia, coordinatore della Dda napoletana, «verosimilmente avvertito che, il 2 novembre, stava per essere emessa dal Tribunale di sorveglianza di Napoli la misura di sicurezza dell’assegnazione ad una casa agricola».
Parenti serpenti. Le donne di Camorra vogliono il nostro numero di telefono, vogliono darci il loro di casa, a Forcella. «Abbiamo tante cose da dire, la nostra versione dei fatti» ci dicono prima di uscire per tornare dalla polizia nella speranza di ottenere notizie del loro eroe catturato. Non si vorranno invece più fare sentire da noi. Forse il nostro mensile non è adatto allo scopo. Forse semplicemente hanno trovato altri canali per far arrivare a Vincenzo i loro messaggi.
A noi invece sarebbe piaciuto capire di più chi sono le donne di Camorra che insultano e sputano sulle forze dell’ordine. Ci sarebbe piaciuto vedere com’è la loro vita, cosa c’è dietro quell’arroganza che le fa scendere in piazza a protestare in massa quando i loro mariti vengono arrestati per crimini orrendi. Ma forse nelle loro case non c’è altro che un gran vuoto. Vuoto di cultura e di valori. Assenza totale della visione di un’alternativa a quanto credono essere la migliore vita vivibile e che invece è un inferno.
«Mia madre è partita» ci dice una voce al telefono quando cerchiamo la signora Mazzarella per quell’appuntamento a cui sembrava tenere tanto. Forse a rispondere è quella figlia di Vincenzo che ha sposato l’erede di un altro capo clan del quartiere di Forcella, un Giuliano, parente di quel Salvatore che si è fatto scudo con la piccola Annalisa Durante.
Gabbie semi-dorate. Sono questi gli “uomini d’onore” della Camorra visti da vicino. Uomini che se la fanno sotto e si nascondono dietro una ragazzina.
Si sarebbe portati a immaginare che, con tutta la loro ricchezza, si permettano una vita da nababbi. Invece la maggior parte di loro è in carcere o latitante. Ma persino quando godono della libertà, la loro vita si svolge all’interno di un carcere che è il loro quartiere, dal quale non escono per non correre il rischio di essere uccisi dai sicari degli altri clan. Quelle madri che protestano contro la polizia accettano la logica del clan: che il proprio bambino possa venire crivellato dai colpi di un sicario senza troppi scrupoli. Basterà poi una vendetta per lenire il dolore.
«I maggiori boss della Camorra sono tutti in carcere» ci spiega Aldo Policastro, magistrato impegnato nelle indagini sul crimine organizzato, «e molte delle loro mogli fanno le donne di servizio, vanno a lavare i pavimenti. La vita di un capo clan e della sua famiglia si svolge dentro un ghetto. Nessuno di loro, come invece capita ai capi siciliani, si permette vacanze a Montecarlo, ville in Sardegna, viaggi in America o nei paradisi tropicali. Nessuno di loro manda i figli a studiare all’estero. I figli dei camorristi sono sempre più spesso analfabeti. Nessuno si gode davvero la vita. Al massimo si permettono di arredare con lusso le proprie case, che comunque da fuori sono fatiscenti. Nelle case dei capi Camorra ci sono televisori al plasma, frigoriferi a tre ante, enormi vasche per l’idromassaggio. Solo qualcuno di loro ha la villa sul mare, ma solo nella sua area di competenza, magari a Sorrento. Vale la pena di chiedersi: “Chi si gode davvero gli ingenti introiti dei loro business?”. Sono soprattutto gli imprenditori “onesti” finanziati dalla Camorra, i colletti bianchi, avvocati, commercialisti che mettono in piedi le imprese pulite con le quali i camorristi investono i proventi ricavati dall’illegalità. Nelle mani di queste persone perbene il denaro non puzza più di morte».
Movimento tra le macerie. «La Camorra si propone come uno Stato nello Stato» prosegue Policastro. «Non c’è quartiere di Napoli e della provincia che non abbia il suo clan di riferimento. Qualsiasi attività lecita svolta da persone normali ha un suo corrispettivo nelle mani della Camorra. Dai piccoli ai grandi business c’è sempre un clan che controlla il settore. Sono ben radicati anche nel business musicale: finanziano i dischi ai neo melodici napoletani, alcuni di grande successo. Prima i commercianti pensavano che bastasse pagare il pizzo per stare sicuri e poter gestire senza altri rischi la propria attività. Ora cominciano a rendersi conto che la Camorra sta soffocando le loro attività. Come possono sostenere la concorrenza di chi ha accesso a ingenti quantitativi di soldi da riciclare? È concorrenza sleale. La Camorra può proporsi negli appalti, in qualsiasi settore, a prezzi che nessuna impresa onesta può offrire.
A Napoli, in piena crisi economica, girano tanti soldi. Il costo delle case è salito alle stelle. La gente è disoccupata o ha lavori precari. Eppure il mercato immobiliare tira. Chi compra, con quali soldi? Può investire denaro solo chi ne ha. In questo periodo i clan stanno investendo nel settore movimento-terra e nell’intermediazione commerciale, nella grande distribuzione. Sono settori in cui non serve un grande know how, come per mettere in piedi una fabbrica. Stanno arrivando anche al Sud i grossi centri commerciali. Con dieci anni di ritardo rispetto al Nord Italia. Ma perché proprio adesso che tutto sembra morire? Proprio adesso che Napoli va alla deriva, diventa sempre più marginale in tutti i settori, con una squadra di calcio, amata e con una tradizione alle spalle, in serie C, senza più nemmeno una banca sua, perché il Banco di Napoli, tra i più antichi d’Italia, è stato comprato dal San Paolo di Torino».
Potere orizzontale. Aldo Policastro ci spiega la differenza tra la Camorra e Cosa Nostra. «Cosa Nostra ha una struttura verticistica. C’è un boss che detiene il potere e il controllo sugli altri, che propone le strategie, che decide la politica e il comportamento da tenere. La Camorra è composta da tanti capo clan, nessuno in realtà con un potere sugli altri. È dagli anni Ottanta, con la sconfitta di Raffaele Cutolo, che grazie alle coperture politiche aveva affermato la sua egemonia, che non esiste più, come per altro non era mai esistita prima, una cupola camorristica. Ogni clan si limita al controllo dei suoi rioni di competenza, senza mai invadere il territorio di altri. A volte fanno alleanze che poi si spaccano. A volte si fanno degli sgarri o delle “guerre” per definire le aree di competenza. Ma non si può mai parlare di scalata per il comando generale. Non si può nemmeno parlare di legami tra la Camorra e la politica. Vi sono clan camorristici che stringono alleanze con Cosa Nostra. Ma in questo caso è la seconda a dettare le regole del gioco».
Giganti d’argilla? Tommaso Buscetta definiva la Camorra «un clan di quattro bastardi e balordi che spadroneggia sui poveracci». Forse, è pericolosa proprio per questo. Perché le vite dei suoi uomini, anche quelli dei suoi vertici, sono tutte “a perdere”. Per quattro soldi si spara e si muore. Senza rimorsi, senza rimpianti. Senza progetti per il futuro. Si accumula denaro e si diventa potenti come giganti dai piedi di terracotta. Spietati come pochi, ma anche fragili. Così ci appare la Camorra vista da vicino. Ci sembra che possa bastare una spinta un po’ più decisa per mandare tutto in frantumi. Ma perché, allora, non succede?
«Ce lo chiediamo spesso anche noi» dice Aldo Policastro. «È forse soltanto una questione di atmosfera. Negli anni dal 1994 al 1997 la Camorra forse ammazzava di più, ma si era creato un clima di speranza, c’era la consapevolezza di potercela fare a sgominarla. Mai come allora ai cittadini era stata offerta una prospettiva. Ora si è persa la speranza. C’è una mancanza di attenzione al Meridione. Non c’è alcuna politica di sostegno alle fasce più deboli. Se l’Italia tutta è in crisi, qui la si sente di più. Gli omicidi a catena di questo ultimo periodo hanno rimesso Napoli sulle prime pagine dei giornali. Anche gli arresti in massa di camorristi degli ultimi giorni, in seguito ai delitti, hanno destato sospetto tra la popolazione. Gli arrestati erano tutte persone già note alla polizia. La gente si è chiesta: “Ma perché non li avete presi prima, perché li avete lasciati scorrazzare impunemente?”. Gli arresti sono sembrati una mossa pubblicitaria per la politica e non la dimostrazione di una seria volontà da parte delle forze dell’ordine. Quando si parla di omertà da parte dei cittadini onesti spesso non si dice che un padre di famiglia ha paura di andare a fare una denuncia perché non si fida della polizia, teme che il suo nome venga in qualche modo reso pubblico e così finisca sulla lista delle persone da punire. Il cittadino onesto sa che spesso può andarci di mezzo la sua famiglia».
Fa più rumore un albero che cade… Aldo Policastro dal vecchio tribunale ci accompagna al nuovo Centro direzionale, non lontano dal carcere di Poggioreale. «Spostare il palazzo di giustizia – dice – è stato indubbiamente positivo. Il territorio del Castel Capuano, nel quartiere Forcella, era controllato dai clan che facilmente potevano insidiare i loro uomini dentro al tribunale. Ora per loro è più difficile avere accesso agli uffici dei giudici che indagano, alle aule.
Per fortuna a Napoli sta succedendo anche qualcosa di positivo, come la nascita e il consolidamento di associazioni antiusura, del consorzio per la gestione dei beni confiscati, le attività dei maestri di strada, come Marco Rossi Doria, che cercano di offrire un futuro diverso ai bambini. A Napoli stanno prendendo avvio una serie di attività per il recupero del territorio. E poi ci sono loro, le persone perbene che abitano nei quartieri degradati. A loro si dovrebbe dire: “Lei sta a Scampia e non delinque? Allora le dobbiamo dare una medaglia”. Sono tante le persone che meriterebbero dei riconoscimenti. Forse il punto è soprattutto questo: non lasciarle sole».
Lucia Vastano














