C’è coda alla porta del Padrino
10 giu 2004 | Categoria: recensioni
«C’è un bisogno insopprimibile di mafia nella società siciliana», dicono nel loro volume Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo. Entrambi giornalisti de «la Repubblica», i due autori passano al setaccio gli ultimi dieci anni di indagini antimafia; selezionano alcuni degli episodi più inquietanti ed insieme più “normali” della vita pubblica e privata della classe dirigente siciliana, laddove le storie di mafia s’intrecciano con quelle di imprenditori, politici e uomini delle istituzioni; e, ancora, raccolgono indizi, prove, ipotesi e alla fine ricostruiscono con intelligenza e metodo un quadro sconfortante ed amaro: «Al di là dell’effettiva forza di intimidazione dell’organizzazione, peraltro spesso messa in discussione da insospettabili analisti in vena di revisionismo, è la capacità di mediazione di Cosa Nostra ad essere ricercata. Alla porta dei Padrini non si è mai smesso di bussare: bussano i politici in cerca di voti e di carriere […]. Bussano schiere di imprenditori pronti a giocare al tavolo degli accordi preventivi, piuttosto che rischiare sullo scacchiere del libero mercato. Bussano perfino primari e medici ospedalieri […]. Bussano i commercianti che dai sondaggi anonimi mostrano di non ritenere la mafia un grosso problema e ammettono candidamente di considerare un costo contenuto e necessario il pizzo mensile imposto dagli esattori del racket. In fondo hanno ragione, perché adeguandosi alle necessità del consenso i prezzi della tassa per la protezione sono calmierati e il servizio resta ugualmente inappuntabile».
Il volume offre l’occasione per ribadire quali siano le ragioni del successo dell’organizzazione mafiosa – quella voglia di mafia di cui si fanno portatori i settori più diversi della società e quella capacità di mediazione che costituisce l’arma segreta di Cosa Nostra – all’interno di uno scenario più ampio, nel quale emerge la connessione con il potere e con le sue capacità di autodissimulazione, di ridefinizione della realtà, che trasformano la normalità in devianza e la devianza in norma consuetudinaria e interiorizzata.
Dalle pagine del libro emerge un monito: il volto più pericoloso della mafia è quello che meno appare, quello che non suscita allarme sociale perché non raggiunge le soglie della violenza sanguinaria. Del resto, la strategia mafiosa più intelligente è sempre stata quella di operare attraverso il consenso, sostituito dalla violenza visibile solo in situazioni di “emergenza”. Il testo di Bellavia e Palazzolo ci ricorda proprio questa sconvolgente “normalità mafiosa”. Così, se è vero che molti retroscena degli ambigui accordi tra mafia e potere rimangono oscurati e nascosti, anche quando essi appaiono nella loro crudezza sono reinquadrati in categorie rassicuranti che ne mettono in evidenza l’eccezionalità e l’estraneità al nostro vivere quotidiano, offrendoci preziosi meccanismi di rimozione che consentono a ciascuno di eludere le proprie responsabilità.
Come interpretare, altrimenti, l’indifferenza del mondo della politica, della società civile, delle istituzioni siciliane di fronte ai gravi fenomeni di inquinamento scoperti all’interno dell’amministrazione regionale? «Nell’estate nel 2002, – scrivono Bellavia e Palazzolo – alla Direzione del personale della Regione venne in mente di censire tutte le pendenze giudiziarie dei propri dipendenti. Si è scoperto così che 32 dipendenti hanno grane giudiziarie: 5 sottoposti a custodia cautelare, 6 indagati a piede libero, 2 per i quali pende già una richiesta di rinvio a giudizio, 16 sotto processo, 2 condannati in appello e uno assolto. Molto più lunga la lista dei 110 semplici dipendenti inquisiti. E si è scoperto che fra tanti intrallazzatori, tangentisti e corrotti, qualcuno intratteneva anche relazioni più robuste». Segue l’impietoso elenco dei nominativi dei funzionari inquisiti, tra i quali figurano i due avvisi di garanzia a carico dello stesso Presidente della Regione, onorevole Salvatore Cuffaro.
Si fa strada un’altra interessante pista di riflessione. Se la vera forza della mafia è la sua capacità di mediazione, la sua abilità nell’ottenere il consenso attraverso complicità, infiltrazioni e collusioni con gli apparati di potere, la ragione risiede anche nel fatto che questi ultimi detengono un’arma fondamentale per la costruzione del consenso: l’ufficialità della parola, a partire dalla quale si costruisce l’opinione comune sui fatti.
A questo proposito, Giancarlo Caselli – che firma la prefazione al libro – ha parlato del peso che esercitano le parole a favore delle strategie mafiose: le parole malate, quelle false e quelle cancellate. «Sono parole malate quelle usate per denigrare i magistrati definendoli faziosi, matti, cancro da estirpare, associati per delinquere, disturbati mentali, antropologicamente diversi dal resto della razza umana, figure orribili e inique, peggiori del fascismo, maledette dal Vangelo, golpisti […]. Poi ci sono le parole false: accanimento, persecuzione giudiziaria, politicizzazione dei magistrati, teoremi, uso distorto della giustizia per fini politici, complotti, partito dei giudici, giacobinismo, giustizialismo, toghe rosse… Parole false, perché basate sul nulla […] ma ripetute con tanta ossessiva frequenza […], che alla fine uno finisce per crederci o per subirle con rassegnata passività […]. Con le parole malate e le parole false si intrecciano – a volte – le parole cancellate. Sono state cancellate, ad esempio, le parole con cui la sentenza 2.5.03 della Corte d’Appello di Palermo relativa al senatore Andreotti ha dichiarato estinto per prescrizione il reato di associazione per delinquere “concretamente ravvisabile a carico” dell’imputato e da lui “commesso” […] fino alla primavera del 1980. Si badi bene: qui non si fa questione di colpevolezza o di innocenza. Le parole scritte in quella sentenza possono essere giuste o sbagliate (mentre scrivo è ancora pendente il ricorso in Cassazione, ed i giudici di Roma potrebbero risultare più sensibili alle tesi della difesa). Ma sono scritte: e invece è come se non lo fossero, perché sono state di fatto cancellate».
Così, un’interpretazione che tende a confinare il fenomeno mafioso negli spazi marginali della piramide sociale, come prodotto di uno stato di arretratezza culturale ed economica, come residuo di un’arcaicità destinata a scomparire nel tempo, nega l’evidenza della realtà e distorcere la storia.
Ciò che emerge con chiarezza dalle cronache siciliane, descritte molto bene nel volume di Bellavia e Palazzolo, è che siamo di fronte ad un’organizzazione criminale che presenta una sorprendente capacità di infiltrazione nel mondo dell’economia, della politica e delle istituzioni. Una mafia che attinge a pezzi della borghesia delle professioni per sottrarsi, con sempre maggiori possibilità di successo, al controllo di legalità. Una mafia che esprime essa stessa una rappresentanza politica, che tenta di trasferire i propri interessi finanziari e i propri capitali nell’area dell’economia legale, per chiudere un’epoca e aprirne una nuova, in cui la potenza militare conta sempre meno e in cui assumono importanza sempre maggiore i commercialisti e i consulenti finanziari e d’impresa.
Alessandra Dino
Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Voglia di mafia. Le metamorfosi di Cosa Nostra da capagi a oggi. Prefazione di Gian Carlo Caselli














