Immagini al bando

10 nov 2001 | Categoria: archivio articoli, articoli

Store

€2

Questo numero della rivisita è disponibile per il download singolo o in abbonamento. Per acquistarlo è necessario essere registrati allo store. Accedi o registra un nuovo account!

Intervista a Moshen Makhmalbaf di Rita Cristofari

Mohsen Makhmalbaf, regista iraniano che ha dedicato il suo ultimo film, il commovente Viaggio a Kandahar, al problema delle donne afghane, è giunto a Roma nelle scorse settimane per promuovere la sua opera, partecipando ad un acceso dibattito sulla guerra che lo ha visto confrontarsi con politici italiani e rappresentanti di organizzazioni umanitarie di fronte ad un pubblico particolarmente attento, pronto a rimbeccare polemicamente gli interventi di tutti i relatori, schierandosi alternativamente pro o contro i bombardamenti dell’Afghanistan.

Viaggio a Kandahar è stato presentato allo scorso Festival di Cannes e racconta il viaggio di Nafas (l’affascinante Niloufar Pazira, giornalista diventata attrice, alla cui esperienza personale il film è parzialmente ispirato), profuga afghana che torna clandestinamente nel suo paese per cercare di fermare la sorella, intenzionata a suicidarsi non potendo più sopportare la condizione cui è costretta. Il film, che si ferma alle porte di Kandahar, è l’occasione per una riflessione sulla situazione di questo paese.

 

Makhmalbaf, che ne pensa dei bombardamenti “chirurgici” dell’Afghanistan?

Bombardare l’Afghanistan? E cosa mai c’è da bombardare in quel disgraziato paese? Possibile che il mondo debba ancora essere prigioniero della logica della violenza? È proprio quest’uso della violenza che ha portato al potere i talebani, è quest’uso della violenza che tiene l’Afghanistan in stato di guerra da venticinque anni! Ma i problemi non si risolvono tirando missili.

Lei pensa che la guerra non possa risolvere il problema del terrorismo?

Io penso che Bush e bin Laden non siamo molto dissimili: entrambi affermano che Dio è con loro ed entrambi dicono che chi non è con loro è contro di loro. Io non sono con Bush, ma non sono nemmeno contro l’America e rivendico il diritto della mia posizione. Il Dio in cui credo è un dio misericordioso, un dio che crea, non che distrugge, un dio che non ha nulla a che vedere con loro.

Secondo lei come avrebbero dovuto comportarsi gli Stati Uniti?

Quando Bush parla degli afghani pensa a chi ha pilotato quegli aerei contro le Torri Gemelle, quando io penso agli afghani mi viene in mente una bambina che mi è morta tra le braccia in un campo profughi. Mi è dispiaciuto moltissimo per i morti delle Torri, ma mi dispiace ancora di più per i due milioni e mezzo di morti che ci sono stati in Afghanistan negli ultimi anni senza che nessuno — compreso il governo iraniano — si voltasse indietro, senza che nessuno provasse a fare qualcosa per loro.

Aiutare un popolo guidato dai talebani non è però cosa facile…

Certamente. Io avrei voluto girare il film in Afghanistan ma mi è stato impedito, sono entrato clandestinamente e nella settimana che sono stato lì ho visto cose spaventose, che mi hanno fatto vergognare di me, del fatto che avessi anch’io rimosso, come tutti, la tragedia che si svolgeva al confine con il mio paese. Però le organizzazioni umanitarie, a fatica, rischiando la vita, fanno qualcosa. Durante le riprese io pagavo insegnanti afghani perché venissero ai campi profughi ad educare i bambini. Prima dei talebani in Afghanistan il 95 per cento delle donne era analfabeta, ora tutte le donne lo sono diventate, e degli uomini solo il 20 per cento sa leggere. In simili condizioni d’ignoranza è facile gestire un dominio di terrore.

Ma chi appoggia, veramente, i talebani in Afghanistan?

È proprio qui la chiave del problema: i talebani sono come i nei di un cancro, ma il cancro è nel cervello stesso di un paese che non sa più cosa sia la pace. I talebani sono una creazione del Pakistan, sono quei bambini pashtu scappati come profughi in Pakistan e lì educati alla scuola coranica. Sono stati nutriti e al contempo gli si è fatto il lavaggio del cervello. Basterebbe obbligare il Pakistan a fermarli — anziché premiarlo oggi per la “collaborazione” — e il loro potere finirebbe molto rapidamente. Questa guerra è solo uno show per ribadire il ruolo eroico degli americani.

Resta però da capire come una civiltà così antica possa essere oggi prigioniera del più totale oscurantismo. Lei che ne pensa?

Gli afghani sono rimasti bloccati nella loro antichità, tanto che oggi l’unico segno di modernità in quel paese sono le armi. Come lo scià Reza in Iran negli anni Trenta, o Ataturk in Turchia, anche Amanoullah aveva cercato di far progredire il suo paese, tentando d’importarvi alcune delle cose che più gli erano piaciute da un suo lungo viaggio in Occidente nel 1924. Eppure questo suo intento di liberalizzazione e modernizzazione si è dovuto ben presto scontrare con fortissime resistenze di carattere religioso. Sembra quasi che da allora gli afghani siano stati vaccinati contro la civiltà moderna. Io credo che persino i russi in Afghanistan siano stati sconfitti quando hanno tentato la modernizzazione forzata del paese.

Lei ha una teoria sulle radici di uno spirito tanto conservatore?

Ho condotto uno studio molto approfondito su questo tema, tanto che ora ho intenzione di pubblicarlo in un saggio dal titolo Afghanistan, un paese senza immagini. All’inizio del ventunesimo secolo i talebani hanno ancora un problema con le immagini! Il cinema non esiste, hanno fatto sparire la televisione, i loro quotidiani non pubblicano fotografie, addirittura dipingere e fare fotografie è considerato “impuro” e la musica è proibita. Le scuole femminili sono state chiuse, le ragazze non hanno alcun diritto, neppure di accedere ai bagni pubblici. Nel 1996 i talebani ordinarono che una grande biblioteca a Katoul, con 55mila volumi, venisse bruciata. Non esiste altro che la pastorizia, l’agricoltura è sviluppata solo nel venti per cento del territorio ed esclusivamente per coltivare oppio, che frutta pochissimo ai coltivatori ed arricchisce la rete internazionale dello spaccio di droga. In simili condizioni di ignoranza e abbruttimento è difficile poter ragionare con la propria testa ed è su questo che contano i talebani per rimanere al potere.

Tags: , , ,

Lascia un commento