Legalità, diritti, cittadinanza
10 feb 2000 | Categoria: editoriali1. Con il nuovo anno Narcomafie si è arricchita, in sordina ma significativamente, di un titolo di supporto: “legalità, diritti, cittadinanza”. E’ una esplicitazione, non un cambiamento. Continueremo ad essere rigorosamente legati alla nostra specificità ma, in un momento di grande confusione, ci pare utile far emergere, sin dalla copertina, il punto di partenza della nostra analisi: l’inscindibilità dell’impegno per la legalità da quello per l’affermazione dei diritti e l’estensione della cittadinanza. Non c’è antimafia senza tensione verso l’eguaglianza e l’emancipazione; solo dando effettività a questi valori e princìpi si realizza una autentica legalità (intesa prima di tutto come regola di convivenza).
Non si tratta di un’affermazione di facciata. Molti – troppi – fatti sono lì a ricordarcelo in questo inizio d’anno. Nelle nostre città, mentre si accendevano le luci del 2000 e si apriva il Giubileo, è proseguita la silenziosa strage di “barboni”, uccisi dal freddo e dall’emarginazione; ed ogni giorno, mentre i media si soffermano sulla scoperta di “nuove droghe”, le “vecchie droghe” continuano ad uccidere più che l’insicurezza. Cambia ma non diminuisce il pianeta della sofferenza e della marginalità. Ad esso è dedicata anche in questo fascicolo la fotoinchiesta (che ci propone, dopo il Perù, la Romania): quelle immagini drammatiche e dolenti sono la non casuale altra faccia del mondo che continueremo a documentare ed analizzare.
2. Il tema della cittadinanza evoca quello dell’immigrazione, sempre più centrale per una molteplicità di ragioni: da ultimo anche per il crescere della protesta contro i centri di detenzione per stranieri in attesa di espulsione (undici in Italia, per 8.847 ospiti nel 1999), erroneamente presentati dai media come strumenti eccezionali di applicazione limitata. E’ vero il contrario: l’inserimento nei centri di detenzione (per la durata massima di trenta giorni) è, nel nostro sistema, uno strumento potenzialmente ordinario di intervento. Esso, infatti, deve essere disposto sempre (ove non sia possibile l’immediato accompagnamento alla frontiera) per lo straniero senza documenti e per chi, pur con documenti certi, non ottempera in modo spontaneo all’ordine di espulsione (e ciò – si badi – indipendentemente dalla commissione di reati); può inoltre essere disposto in una serie significativa di ipotesi aggiuntive. Rispunta così la detenzione amministrativa, solo apparentemente funzionale all’allontanamento di persone pericolose (la percentuale di effettive espulsioni è del 44% dei trattenuti nei centri e nulla dimostra che si tratti dei più pericolosi…); in realtà propaggine ultima dell’ideologia che ha tentato negli anni dirinchiudere la follia, l’irregolarità comportamentale, la tossicodipendenza…
Anche da questi rilievi emerge la necessità di rivedere le attuali politiche sull’immigrazione, prevedendo una maggior apertura e duttilità nel governo dei flussi, reali possibilità di regolarizzazione in caso di protratta permanenza sul territorio nazionale, accordi coraggiosi con i paesi di maggior provenienza. Ma ciò richiede una sorta di rivoluzione culturale. L’avvento di una società multietnica è, prima che una scelta, un fatto imposto da ragioni oggettive. C’è chi lo rifiuta e chi ne segue i passi con un atteggiamento di accettazione rassegnata ed impaurita. Eppure si tratta di un’occasione, forse irripetibile, per uno straordinario progetto di cambiamento – ideale, culturale, politico – che può restituire senso alla sinistra: per pensare e realizzare l’ormai indifferibile superamento dello stato nazione, nella consapevolezza, tratta dalle dure lezioni della storia, che l’identificazione dei popoli non sta nella razza, nella lingua o nella religione, ma solo nelle speranze comuni, nei sacrifici condivisi, nelle realizzazioni costruite insieme. L’immigrazione – anche questo è un fatto – porta con sé problemi molteplici e con essi atteggiamenti di rifiuto e di paura. Anche la paura degli inclusi non si esorcizza; ma la si può vincere invece che incoraggiare. I passaggi necessari sono noti: mobilitazione e risorse per città più abitabili, strategie sicuritarie lungimiranti, attenzione e interventi di sostegno per i soggetti deboli, le vittime dei reati, le fasce più emarginate, etc. Assecondare paure e spinte emotive significa rinunciare alla politica (o ridurla a sondaggio): è la strada che porta la sinistra ad inseguire le parole d’ordine della destra.














