No alla vendita dei beni confiscati: firma l'appello
Beni confiscati alle mafie: don Ciotti "l'emendamento della finanziaria votato oggi al Senato tradisce lo spirito della legge sui beni confiscati'
l«Con l’emendamento votato oggi al Senato che consente la vendita dei beni immobili confiscati alle mafie, viene di fatto tradito l’impegno assunto con il milione di cittadini che nel 1996 firmarono la proposta per la legge sull’uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettività.
Il divieto di vendere questi beni è un principio che non può e non deve, salvo eccezioni, essere messo in discussione. Se l’obbiettivo è quello di recuperare risorse finanziarie strumenti già ce ne sono, a partire dal “Fondo unico giustizia” alimentato con i soldi “liquidi” sottratti alle attività criminali, di cui una parte deve essere destinata prioritariamente ai famigliari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia.
Ma è un tragico errore vendere i beni correndo di fatto il rischio di restituirli alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come ci risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all’influenza dei clan.
Facciamo un appello a tutte le forze politiche perché questo emendamento, che rischia di tradursi in un ulteriore “regalo” alle mafie, venga abolito nel passaggio alla Camera». Luigi Ciotti, presidente di Libera
Inchieste sulle stragi '92-'93. L'opinione di Gian Carlo Caselli
"Il compito dei magistrati inquirenti è difficile ma di decisiva importanza per la nostra democrazia". Gian Carlo Caselli, Procuratore capo di Torino, così si esprime in riferimento alle indagini sulle stragi del 1992-93 "Si tratta di ricostruire fatti che potevano trasformare l'Italia in uno Stato-mafia o in un narco-Stato e che, se non definitivamente chiariti – potrebbero, se non riprodursi, continuare a condizionare le scelte economiche e politiche del nostro Pese".
No al razzismo, tutti in piazza
Il Gruppo Abele aderisce alla manifestazione nazionale antirazzista che si terrà a Roma il 17 ottobre in piazza della Repubblica a partire dalle ore 14.30.
Il 7 ottobre del 1989 centinaia di migliaia di persone scendevano in piazza a Roma per la prima grande manifestazione contro il razzismo. Il 24 agosto dello stesso anno a Villa Literno, in provincia di Caserta, era stato ucciso un rifugiato sudafricano, Jerry Essan Masslo.
A 20 anni di distanza, il razzismo non è stato sconfitto, continua a provocare vittime e viene alimentato dalle politiche del governo Berlusconi. Il pacchetto sicurezza approvato dalla maggioranza di centro destra risponde ad un intento persecutorio, introducendo il reato di “immigrazione clandestina” e un complesso di norme che peggiorano le condizioni di vita dei migranti, ne ledono la dignità umana e i diritti fondamentali.
Questa drammatica situazione sta pericolosamente incoraggiando e legittimando nella società la paura e la violenza nei confronti di ogni diversità.
Intanto, nel canale di Sicilia, ormai diventato un vero e proprio cimitero marino, continuano a morire centinaia di esseri umani che cercano di raggiungere le nostre coste.
E’ il momento di reagire e costruire insieme una grande risposta di lotta e solidarietà per difendere i diritti di tutte e tutti rifiutando ogni forma di discriminazione e per fermare il dilagare del razzismo.
Pertanto facciamo appello a tutte le associazioni laiche e religiose, alle organizzazioni sindacali, sociali e politiche, a tutti i movimenti a ogni persona a scendere in piazza il 17 ottobre per dare vita ad una grande manifestazione popolare in grado di dare voce e visibilità ai migranti e all’Italia che non accetta il razzismo sulla base di queste parole d’ordine?
•No al razzismo
•Regolarizzazione generalizzata per tutti
•Abrogazione del pacchetto sicurezza
•Accoglienza e diritti per tutti
•No ai respingimenti e agli accordi bilaterali che li prevedono
•Rottura netta del legame tra il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro
•Diritto di asilo per rifugiati e profughi
•Chiusura definitiva dei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE)
•No alla contrapposizione fra italiani e stranieri nell’accesso ai diritti
•Diritto al lavoro, alla salute, alla casa e all’istruzione per tutte e tutti
•Mantenimento del permesso di soggiorno per chi ha perso il lavoro
•Contro ogni forma di discriminazione per motivi di orientamento sessuale.
•A fianco di tutti i lavoratori e le lavoratrici in lotta per la difesa del posto di lavoro.
Per adesioni scrivi all'indirizzo di posta elettronica comitato roma 17 ottobre
Centenario della morte di Joe Petrosino: Libera presenta a New York il suo impegno contro le mafie
Nell'ambito della 65esima edizione delle celebrazioni per la scoperta dell'America, si terrà domani a New York una conferenza su legalità e mafie dedicata alla memoria di Joe Petrosino, di cui ricorre il centenario della morte.
L'appuntamento organizzato dall'Anfe, l'associazione nazionale delle famiglie degli immigrati italiani, cui parteciperanno il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso e il presidente di Libera Luigi Ciotti, vuole presentare all'uditorio newyorkese lo stato, in Italia, della lotta al crimine organizzato e all'illegalità, nonché l'importanza dell'impegno collettivo, della società civile e responsabile, come baluardo contro l'offesa delle mafie sui territori e sulla vita delle persone. Un impegno che Libera da anni articola sul piano educativo, sociale, culturale ed economico, e del quale il lavoro delle cooperative sui beni confiscati rappresenta uno dei risultati più evidenti.
La commemorazione di Petrosino sarà occasione non solo per ricordarne il valore di poliziotto, ma anche per valorizzare la lucidità della sua analisi e conoscenza del fenomeno mafioso: Petrosino capì, e perciò fu ucciso, che la criminalità organizzata non coincide con la sua ala militare, ma trova sponde e alleanze nei salotti buoni. Intuì che non sarebbero esistiti affari nei bassifondi di Little Italy, senza l'interesse e il coinvolgimento di imprenditori dall'aspetto irreprensibile, sostenuti da appoggi politici. Gli stessi che trafficavano migranti e ne sfruttavano il lavoro.
Ricordare Petrosino significherà anche sottolineare l'importante contributo che chiunque, al di là della propria provenienza geografica, se accolto e integrato, può dare, con generosità e responsabilità, per l'affermazione dei diritti e della giustizia in ogni Paese.
Telecom, dipendenti vendono intercettazioni ai casalesi
Il 29 luglio, nell’ambito dell’operazione “Doppio ascolto”, sono finiti in manette tre dipendenti Telecom e un vigilante in servizio presso il Servizio autorità giudiziaria (Sag) della sede di Napoli. I tre, arrestati dalla Guardia di Finanza, sono accusati di introduzione abusiva nel sistema informatico che gestisce i dati sensibili delle persone sottoposte a intercettazione da parte dell’autorità giudiziaria, di rivelazione di segreto investigativo e di truffa telematica. Secondo gli inquirenti sarebbe il clan dei casalesi il destinatario delle informazioni rubate dai tre inquisiti.
Un ruolo chiave sarebbe stato giocato dalla guardia giurata Giuseppe Veneruso, 24 anni, considerato «anello di congiunzione e canale informativo degli ambienti della locale criminalità organizzata» in passato avrebbe fatto da autista a una “escort” napoletana frequentata, tra gli altri, dal boss Giuseppe Setola durante la sua latitanza. Secondo gli inquirenti Veneruso avrebbe gestito anche un traffico di gioielli ed orologi insieme a soggetti vicini alla camorra della zona orientale della città.
In seguito all’inchiesta la Telecom ha chiuso gli uffici Sag di Napoli, centralizzando la gestione delle intercettazioni nelle sedi di Roma e di Milano.
Roma, la 'ndrangheta in via Veneto
Maxi sequestro del valore di 200 milioni di euro nel cuore della capitale. È l’esito dell’operazione contro la ’ndrangheta “Cafè de Paris“, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria in collaborazione con la Dda di Roma, che lo scorso 22 luglio ha portato gli uomini della Guardia di Finanza e del Ros dei Carabinieri a porre i sigilli a beni mobili e immobili riconducibili alla famiglia Alvaro di Cosoleto, paese aspromontano di mille abitanti in provincia di Reggio Calabria. I militari hanno sequestrato alcune società attive in particolare nel settore della ristorazione intestate a prestanome della cosca. Tra i beni sequestrati il noto “Cafè de Paris” di via Veneto, locale storico della capitale, negli anni 50 e 60 luogo di ritrovo per attori e registi internazionali e simbolo della “Dolce vita”. Sotto sequestro anche altri locali, tra cui il “George’s” di Via Marche (valutato circa 50 milioni di euro), il “California” di Via Bissolati (detto “il Bar degli spioni” perché frequentato spesso da agenti dei servizi segreti), il “Gran Caffé Cellini” di piazza Capecelatro, il “Time out caffè” di via Santa Maria del Buon Consiglio, L’“Astrofood“ in via Tenuta del Canaletto e il “Federico I” di via Colonna Antonina (valore stimato 15 milioni). I locali sono rimasti chiusi al pubblico solo poche ore grazie al pronto insediamento dell’amministratore giudiziario, volto a impedire ricadute sul personale del sequestro. Sigilli anche a cinque automobili di lusso, a un’autorimessa, a quattro appartamenti situati in zone residenziali di Roma.
L’indagine, durata due anni, si è incentrata in particolare su due personaggi: Vincenzo Alvaro e Damiano Villari. Vincenzo è figlio di Nicola Alvaro detto “Beccauso”. Trasferitosi con la famiglia nella capitale nel 2001 e residente nel quartiere Eur, ufficialmente era assunto nel ristorante “California” come aiuto cuoco, mentre, secondo gli inquirenti, era il dominus occulto delle 12 società finite sotto sequestro, intestate a parenti o a soggetti originari della Calabria.
Damiano Villari, ex Barbiere di Santo Stefano di Aspromonte, gestore del Cafè de Paris è invece ritenuto un prestanome storico della famiglia Alvaro.
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La Corte Europea condanna l'Italia: violata la libertà d'espressione
La Corte europea ha dato ragione a Claudio Riolo. Lo Stato italiano ha violato l'articolo 10 (libertà d'espressione) della Convenzione dei diritti dell'uomo e deve dunque risarcirlo per 60 mila euro, più 12 mila per le spese legali.
Lo scorso anno la Cassazione lo aveva condannato al pignoramento di un quinto dello stipendio per diffamazione ai danni di Francesco Musotto. Adesso, lo scorso 17 luglio, a Strasburgo, si sono pronunciati in senso diametralmente opposto. Secondo la Corte presieduta dalla giudice Françoise Tulkens, Riolo non solo non ha gratuitamente attaccato Musotto (all'epoca dei fatti presidente della provincia di Palermo), ma è stato colpito da condanne del tutto sproporzionate rispetto all'obiettivo di salvaguardare la reputazione e i diritti dell'onorevole.
Per conoscere i dettagli della vicenda vi rimandiamo agli articoli già apparsi su Narcomafie:
Diritto di critica: cassato intervista a Claudio Riolo di Manuela Mareso
Libertà di stampa? Obiezione, vostro Onore di Claudio Riolo
Leggi la sentenza della Corte Europea sull'affaire Riolo (originale in lingua francese)
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